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Le domande che ci siamo poste per anni ce le siamo poi rifatte alla fine del concerto, amplificate per mille: come è possibile che un talento del calibro di Mark Eitzel - autore nonché esecutore di alcune delle più stupefacenti canzoni degli ultimi vent’anni – quando scende nello Stivale si debba esibire in un pub di fronte a trenta-quaranta persone mentre uno, poni caso, infinitamente inferiore per valore assoluto come James Taylor va all’Auditorium e fa il tutto esaurito? Com’è possibile che Eitzel incida per una piccola etichetta indipendente mentre, riponi caso, David Gray ha dietro di sé i fratelli Warner? Com’è possibile che, quando pronunciamo il suo nome, autodefiniti intenditori di pop-music non sappiano di chi cavolo stiamo parlando? Com’è possibile che solo pochi e sparpagliati fissati oggi considerino Mark Eitzel, com’è giusto, un cantore allo stesso livello di un Tim Buckley o di un Nick Drake? Possibile…? Naturalmente il concerto è stato meravigliosamente indimenticabile, anche perché tenutosi nel miglior – a nostra opinione – scenario possibile: Eitzel chitarra e voce, in un appartato locale della periferia romana, di fronte a quattro sparpagliati gatti. Praticamente le stesse condizioni di uno dei nostri dischi preferiti di sempre, quel “Songs Of Love” che il talentuoso songwriter di San Francisco incise al Borderline di Londra il 17 gennaio del 1991 e che consiste di impressionanti – per intensità - versioni “solo” di alcune delle migliori canzoni da lui scritte per la sua band, gli American Music Club. Unico neo della serata: essere giunti al Jailbreak con il morale a mille, avendo la nostra squadra del cuore appena spezzato le reni agli ostici contendenti turchi nell’ambita Lega dei Campioni. E invece a un concerto di Eitzel è consigliato arrivare depressi, meglio ancora col cuore spezzato; ma non si può avere tutto dalla vita… Insomma: a un certo punto Eitzel è salito sul palco (più alto e dinoccolato di come lo immaginavamo) si è seduto su una panca, si è messo la chitarra in grembo e ha eseguito “Last Harbour” (da “California” degli American Music Club). E come per incanto siamo stati trasportati all’interno del succitato “Songs Of Love”. Uguale nota per nota. Lancinante. E sì: quest’uomo non è un singer-songwriter qualsiasi, ma uno che pare possedere una linea diretta tra il suo apparato cardiaco, la sua voce – dalla notevole estensione – e le corde della sua chitarra. Eitzel, peraltro, appare gioviale e simpaticamente goffo, non supponente e preso dalla sua “arte” come ce lo eravamo prefigurato. Alterna le suonate a qualche sorsata di vino e racconta gustosi aneddoti sulla genesi delle canzoni. Esegue un altro brano di “California” (“Jenny”), una inattesa e bellissima cover acustica di “Heart And Soul” dei Joy Division, e “I’ve Been A Mess” da “Mercury” degli AMC, un pezzo con il più tipico testo da “loser” romantico per cui l’artista di San Francisco è rinomato: “Your beauty is just a slap in the face / That’s gonna bring me back to life / Back to another sky that’s blue / It’s gonna turn me into another great American zombie..” Ma più di tutto, quella che ci impressiona è la parte centrale del concerto, dedicata ai brani tratti da “Love Songs For Patriots”, il disco della reunion degli American Music Club pubblicato circa un anno fa. Quei pezzi, nel trattamento spoglio acustico di Eitzel (che ora si è messo in piedi), subiscono un miglioramento esponenziale: “Ladies And Gentlemen” (“…it's time / for all the good that's in you to shine”), “Another Morning”, “Home”, “Patriot’s Heart” (sensazionale!)… Sentiamo improvvisamente la necessità di un nuovo “Songs Of Love”. Volume 2, aggiornato al 2005. Eitzel esegue anche un paio di canzoni dal suo ultimo album solista appena uscito “Candy Ass”, “St. Michael My Pet Rat” (assolutamente a livello della sua migliore produzione) e “Sleeping Beauty” (così così). Poi va dietro le quinte a darsi una rinfrescata. Quando riemerge, si dice disposto ad accettare richieste da parte del pubblico (o meglio, dei quattro gatti che passano per tale). Gli chiedono “Gratitude Walks” (da “Mercury” degli AMC) e lui la esegue meravigliosamente bene. Fa quindi “Western Sky”, un altro dei brani di “California”. Stavolta è un’interpretazione che non ci esalta, lievemente sfocata. Poi siamo noi a chiedergli, gridando più forte di tutti, di suonare “Outside This Bar”, forse il brano cardine di “Songs Of Love” (e prima ancora di “Engine” degli AMC). E Eitzel ci accontenta; solo che stavolta ne fa una versione troppo jazzata, quasi autocompiaciuta, priva di quella (quasi) urlata disperazione di cui aveva dato mostra al Borderline di Londra quasi tre lustri fa. Un finale “ni”, insomma; ma d’altro canto mantenere lo spaventevole livello di intensità iniziale è impossibile per chiunque, anche per Mark Eitzel. E’ stato un concerto che ci resterà impresso a lungo, e in cui abbiamo imparato molte cose. Ci siamo resi conto, per esempio, che la nostra interpretazione di “Outside This Bar” era completamente errata: credevamo che parlasse di una coppia di innamorati alcolizzati alla Bukowski, e invece Eitzel ci ha spiegato che è stato ispirato dalla vicenda di una sua amica tossicomane inseguita dagli spacciatori che doveva restarsene barricata – appunto – in un bar. Abbiamo poi scoperto – o meglio, lo ha detto lui stesso con molta schiettezza dal palco – che Eitzel da qualche tempo “has come out of the closet” (come dicono in America) ovvero ha “fatto outing” (come diciamo noi) alla Cecchi Paone, dopo una vita passata – supponiamo, a giudicare dai testi delle canzoni – a correre appresso alle gonnelle di ragazze che gli davano il due di picche. Come dite? Si capiva? A parte il fatto che siamo sempre gli ultimi a capire queste cose, francamente mica tanto, anche se avremmo potuto subodorare qualcosa da quella canzone degli AMC (“Patriot’s Heart”) il cui protagonista era uno spogliarellista maschio, e da qualche strofa un po’ ambigua che avevamo considerato solamente “eccentrica”. Con Eitzel abbiamo scambiato quattro chiacchiere alla fine del concerto; come già detto, è una persona molto simpatica e aperta, che a tratti appare insicura del proprio talento. Ci ha regalato una copia promozionale del nuovo “Candy Ass” – altro titolo che ora leggiamo sotto una luce diversa –, noi gli abbiamo augurato di trovare un pubblico più folto nelle due restanti date al NordItalia, e ci siamo rituffati nella notte, fuori dal bar, nella Tiburtina Valley dove non si vede un’anima in giro e ci si chiede come faccia la gente a sopravvivere, proprio come nella canzone.
Articolo del
26/11/2005 -
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