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Carl Barat - l’ormai ex-Libertine orfano della propria metà artistica Pete Doherty – non volendo più restare a girarsi i pollici in solitario e desideroso di lanciare la sua nuova band, ha fatto come quelle squadre di calcio che nel pre-campionato fanno le loro prime uscite a Busto Arsizio e Brunico piuttosto che al Bernabeu o a Highbury Park. E così, i primi concerti dei Dirty Pretty Things – questo il nome del gruppo, mutuato dal nome delle serate di Barat in veste di dj – sono stati organizzati nella nostra Italia, presso un pubblico di bocca buona e fin dall’inizio benissimo disposto, invece che nella più ostica natìa Londra, ove avrebbero corso il rischio di incappare nei severi giudizi dei poco raccomandabili mastini della UK music press; tipini difficili che, come si sa, dopo averti lanciato nell’Olimpo degli Dei del Rock poi godono da matti a farti precipitare nei più torbidi abissi. Così, per Roma e per il Qube che ha ospitato l’esordio assoluto dei DPT, si è trattato di un mini-evento, a cui ha risposto una moltitudine (niente sell-out, però) di post-adolescenti malati di anglofilìa, alcuni anche addobbati con pork-pie hat alla Doherty e magliette a strisce alla Barat. Si inizia poco prima della mezzanotte – dopo un’attesa passata ad apprezzare la piacevole new-wave “angolare” dei Maximo Park di “A Certain Trigger” suonati dall’impianto di diffusione – con l’arrivo sul palco dei soli Barat e Anthony Rossomando (già con i Libertines nell’ultima fase) con le chitarre acustiche a tracolla. Barat – una qualche somiglianza con Shaun Ryder da giovane ma con una fisionomia meno asimmetrica – attacca la strofa “An ending fitting for the start / You twist and tore our love apart / Your light fingers threw the dark / That shattered the lamp and into darkness cast us...". Ovvero: si gioca subito, per rompere il ghiaccio, la canzone migliore di tutto il repertorio dei Libertines, “Can’t Stand Me Now”, apertura del secondo e ultimo album. Il ghiaccio, naturalmente, si rompe, la folla va in visibilio – in particolare sull’ultimo grido del chorus “I will take you anywhere!” - e noi stessi, in passato piuttosto critici nei confronti dei Libertines, apprezziamo la bontà della versione acustica. A quest’ottima introduzione fanno poi seguito altri due brani della ex-band di Barat, l’ancor valida “Time For Heroes” dall’esordio “Up The Bracket” e la più debole “France”, traccia nascosta del secondo album. Piccola digressione: è chiaro che i Libertines a suo tempo non hanno inventato assolutamente nulla; e tuttavia, bisogna pur riconoscere che un certo modo che avevano, negli episodi migliori come “Can’t Stand Me Down”, di accatastare le strofe – in sequenza, prima Barat poi Doherty e viceversa – possedeva una qualche qualità. E può essere anche apprezzata – magari più dal punto di vista culturale che da quello prettamente musicale – quel giovanilistico narcisismo neo-decadente (in contrasto al neoclassicismo del Brit-pop anni ’90) presente nelle loro canzoni, e che trovava poi conferma nella reale debosciata esistenza di Barat e – soprattutto – di Doherty. Comunque la si veda, liriche come “It's not right for young lungs to be coughing up blood” (da “Time For Heroes”) sul piano poetico non sono del tutto da buttare nel secchio. E, anzi, scritte col pennarello sullo zainetto di un teenager ci stanno che è una meraviglia… Tornando al Qube e ai Dirty Pretty Things, dopo “France” inizia il concerto vero e proprio – quello “elettrico” – con l’entrata in scena anche del bassista Didz Hammond (ex-Cooper Temple Clause) e del batterista Gary Powell, un Libertine delle origini. E risulta subito evidente come le nuove canzoni di Barat non siano a livello (neanche) delle precedenti. “Dead Wood”, “The Enemy”, “Pirates”, “Plan A”, al primo ascolto danno l’impressione di essere degli schitarrati, confusi “sea shanties” con qualche deriva verso il progressive. Sentirle ci ha fatto rivalutare il bistrattato Doherty, e ci ha fatto azzardare un possibile paragone di Barat con un certo Andrew Ridgeley, che un paio di decenni fa dei Wham! si rivelò essere la metà inutile, mentre George Michael andò avanti a fare la carriera che sappiamo. Il pubblico accoglie le nuove proposte dei Dirty Pretty Things con una certa freddezza, e bene fa Barat ad intervallarle con alcuni brani “classici” dei Libertines della prim’ora, “Death On The Stairs” e “Boys In The Band”, salutate da vere ovazioni. C’è anche la claque britannica al Qube, ovvero gli amici e amiche che Barat si è portato in massa da Londra per pompare l’atmosfera e che verso la fine del concerto invadono (o fanno finta di invadere) il palco per andare ad abbracciare il loro “idolo”: il Carletto libertino con la sigaretta perennemente in bocca, che col passare del tempo diventa sempre più atteggione, indugiando in quelle pose “maudit” che a suo tempo fecero la fortuna dei Libertines ma che a lungo andare possono diventare indigeribili. I DPC eseguono “You Fucking Love It” (forse il miglior pezzo del mucchio), “Gin & Milk” e “Bang Bang”, un generico rock melodico un po’ artificioso ma che l’intuito ci dice destinato ad essere pubblicato come singolo. Infine salutano con un pezzo “forte”, “I Get Along” ancora dalla discografia del gruppo madre, un bello e vigoroso punketto su cui i fans si scatenano nella pogo-dance. Chiudono così, senza bis, Barat e compagni. L’onore, almeno quello, è salvo. A noi però questo concerto fa venire in mente un amichevole del pre-campionato 2000/2001 che il Milan giocò allo stadio di Busto Arsizio contro una selezione giovanile del Lugano, pareggiando 2 a 2 per il rotto della cuffia in zona Cesarini; quella stagione, poi, andò in modo miserrimo. Bè, sulla scorta di quanto si è visto e sentito al Qube, anche per i Dirty Pretty Things sono in vista tempi duri, pesanti stroncature e grossi rimpianti. Eppure, in una serata in cui abbiamo - retrospettivamente e parzialmente - riabilitato i Libertines, il dubbio resta: è davvero possibile che fosse Doherty quello dei due con il talento e le canzoni?
Articolo del
12/10/2005 -
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