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Sono un avvocato. Scrivo di musica per il mio piacere (e per quello, spero, di chi legge). Ma resto comunque un avvocato, e dunque non posso che apprezzare chi firma i contratti e li rispetta alla lettera. Ma sono anche uno che da quando è nato ama la musica più di ogni altra cosa al mondo, e che si aspetta di ricavare e ricevere da un concerto emozioni, fiotti di adrenalina , ricordi. Bene, diciamo che del concerto degli Oasis ha goduto soprattutto l'avvocato. Cominciamo dalla fine. Alle 22,55 (il concerto era iniziato alle 21, 30), dopo aver cantato My generation degli Who (con buona pace del grande John Entwistle, che avrà compiuto alcuni salti tripli nella tomba), Liam Gallagher saluta il pubblico e, rispondendo ai primi fischi di richiesta di bis, dice, sottintendendo che il concerto è finito lì: «Tanto ci vediamo il prossimo giorno, no?». (Come se fosse del tutto normale spendere trenta euro per due concerti – sicuramente identici – tenuti due giorni di seguito!) Gli Oasis escono dalla scena, il pubblico – che è stato straordinario per tutto il concerto, cantando e ballando ininterrottamente – urla e chiede che il gruppo esca e suoni qualche altro pezzo. Il palco è buio, la platea è buia; tutto dice che di lì a poco gli Oasis riusciranno sul palco, quantomeno per ringraziare le migliaia (ma il Centrale non era esaurito) di ragazzi presenti. Partono i primi accordi di Wonderwall. Il pubblico (ri)comincia a cantare. Tutti pregustano la rentree sul palco. Il brano continua, il pubblica continua (un po’ meno convinto) a cantare, il buio permane, il gruppo non esce, il pubblico canta ancora (sempre meno convinto), il brano volge al termine. Le luci si accendono in tutto lo stadio del tennis. Gli Oasis sono già in albergo. Il pubblico sfolla a testa bassa. Ecco, questo è il paradigma del concerto di venerdì 26 luglio. (Questo è rispettare un contratto!) Grandissimo (non numerosissimo) pubblico, gruppo come da copione (e da contratto), senza sorprese. Il pubblico. Mai visto nulla del genere. Forse qualche concerto di musica italiana (che non frequento) fa registrare una partecipazione corale (in senso letterale) così grande e convinta. Le vecchie tribune del Centrale hanno tremato per un'ora e (quasi) mezzo, ininterrottamente. Nell'aria hanno rimbombato i cori perfetti, con le parole delle canzoni cantate alla lettera, tanto da destare lo stupore del minore (in tutti i sensi) dei Gallagher («Siete dei bravi cantanti! E parlate bene l'inglese!» - come se stesse, con tutto il rispetto, in un paese del terzo mondo). Il gruppo. Gli Oasis sono un fenomeno, e questo fenomeno è di tali dimensioni che alla fine la musica passa in second'ordine. Sono soprattutto un fenomeno mediatico – l'unico gruppo in attività, insieme, forse, agli U2, in grado di coinvolgere in modo così massiccio e totalizzante il proprio pubblico -, che ha la fortuna di avere alle spalle quello che forse è il miglior compositore vivente (insieme a Paul Mc Cartney) di musica pop. Le canzoni – non v'è dubbio – sono (quasi tutte) di qualità, e il gruppo le esegue alla perfezione (anche se spesso con l'incresciosa e mortificante addenda di basi pre-registrate). Tutto bene. Ma l'emozione – la vera emozione – non c'è Non c'è il sudore, il sangue, l'indispensabile scambio di fluidi fra il cantante e il pubblico. Può un cantante deambulare per il palco – in evidente stato di ubriachezza – per tutto il tempo in cui non canta? Può un gruppo che raccoglie tanto genuino e assoluto amore smettere di suonare e non sentire il bisogno (quantomeno) di uscire sulla scena a ringraziare? Forse l'errore di fondo è quello di considerare gli Oasis un gruppo rock. In realtà sono un'ottima band pop, in tutti i sensi, e con tutti limiti che ciò comporta. Ed è un gran peccato, perché le canzoni, come detto, sono belle, i musicisti suonano bene (basi pre-registrate a parte) e il cantante fa comunque la sua parte (certo, sarebbe desiderabile che il piccolo Liam uscisse dal binomio ossessivo deambulare-ubriaco-quando-non-canta/stare-impalato-su-due-piedi-e-con-le-mani-dietro-la-schiena-quando-canta). Tutto perfetto, tutto bello. Come da contratto.
Articolo del
30/07/2002 -
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