|
Nella giornata in cui si sposa l’idolo pallonaro locale Francesco Totti, Roma – o perlomeno una consistente frazione della sua popolazione – si rifidanza con i Duran Duran. Comunque la pensiate sul gruppo di Simon Le Bon, Nick Rhodes e Taylors vari, questa calata dei Duran in Italia dopo un’assenza di oltre 12 anni possiede il sapore dell’evento: per quello che hanno rappresentato da noi a livello di costume, of course, ma anche perché a parer nostro i cinque di Birmingham qualcosina nella Storia della Musica l’hanno saputa dire, fornendo una sintesi di glam roxiano/bowiano, elettronica anni ’80 e disco/funk anni settanta che – solo oggi lo si sta capendo – ha fatto scuola. Nel bene (The Rapture) e nel male (The Killers), ma l’ha fatta. E’ indubitabile che da un certo punto in poi (diciamo da “Rio” in giù) i Duran un po’ si svendettero, forse per la fama o magari per le sbarbine, ma il loro primo album dell’81 resta un inimitato esempio di quello che oggi abbiamo imparato a definire “art-rock”, ed anche certi successivi episodi in ordine sparso sono tuttora degni di essere ascoltati, dall’album “Notorius” in particolare. Questo per dire come la pensiamo noi, e per tentare di fare un discorso serio. Poi c’è la realtà odierna di questo megaconcertone gratuito in Piazza S. Giovanni, in cui i Duran si presentano – altro evento – per la prima volta nella formazione originale dei primi tre album con i ripescati Andy Taylor alla chitarra e Roger Taylor alla batteria, chè nelle precedenti apparizioni in suolo italico ai tamburi c’era un (metronomico) sessionman di cui ci sfugge il nome, e la seicorde era impugnata dall’autorevole Warren Cuccurullo, già nella band di Frank Zappa. La realtà di oggi, in cui qualsiasi serietà va a farsi friggere, vede una piazza stipata e le prime file – quelle teoricamente riservate ai media – invase da un esercito di duraniane fuori con l’accusa come ai vecchi tempi. La loro età, naturalmente, è mediamente ben più elevata che nel precedente concerto che vedemmo allo Stadio Flaminio nel luglio ’87, ma sono agguerrite come e quanto allora; tanto che capita ai sottoscritti di essere redarguiti da due di loro (ultratrentenni e nella vita “vera” professioniste affermate) per avere osato dubitare – tanto “pour parlèr” – ad alta voce delle qualità vocali dell’intoccabile Simon. Arrivano alla chetichella e nell’oscurità, i Duran, intorno alle 23.30 e quindi con un’ora e mezza di ritardo sull’orario previsto – causa violento acquazzone che ha ritardato le esibizioni degli “acts” precedenti Elisa (una lagna) e Beck (il genietto che ci si attendeva) – e si piazzano in schiera sul palco, come a dire: we’re back. Non c’è bisogno di introduzioni, tutti – o perlomeno, “tutte” quelle delle prime file – conoscono alla perfezione i britannici lineamenti di Simon Le Bon (voce), John Taylor (basso), Nick Rhodes (tastiere), Roger Taylor (batteria) ed Andy Taylor (chitarra). Se li sono vivisezionati ad esaurimento sulle pagine di giornalini tipo “Cioè”, hanno avuto anche il poster appeso in camera, e adesso sono lì davanti, un po’ ingrassati (Simon Le Bon e Roger Taylor) e imbolsiti (John Taylor) o entrambe le cose insieme (Andy Taylor e Nick Rhodes), ma sono pur sempre loro, “together again”. Il primo pezzo è “(Reach Out For The) Sunrise”, dall’ultimo CD, quello della reunion, potente ma “commerciale” come usava dire... bè, ai tempi dei Duran, e d’altro canto è un brano che di commercio è totalmente intriso, essendo usato per smerciare telefonini. Quello che è veramente notevole qui è il contorno, con le duraniane totalmente fuori di testa, a urlarci “Saaaaimoooon!!” a squarciagola nelle orecchie. Fantastico: un vero spettacolo nello spettacolo. Poi, però, arriva “Hungry Like A Wolf” – che non sentivamo da secoli – e (ri)realizziamo che si tratta di un meraviglioso pezzo pop (rock, con belle incursioni di synth), con un chorus finale, cantato insistentemente più volte da Le Bon, a prova di bomba. E poi, via, Simon è sempre lui, nonostante qualche chilo in più, - e aldilà delle carenze tecniche di cui, riprendendo dalla lezione del punk, si è sempre infischiato - con i suoi ammiccamenti, con le sue giravolte, in definitiva con il suo entusiasmo di performer. Segue un altro pezzo forte, “Planet Earth”, da quel mai abbastanza acclamato primo album che, lo confessiamo, possediamo in versione CD e ci ascoltiamo spesso, a volume altissimo, nella nostra vettura con i finestrini rigorosamente abbassati (non sai mai chi puoi incontrare). “Planet Earth” è la versione più elettronica dei Duran, più “new romantic”, e anche se stasera risulta meno veloce ed incisiva dell’originale di studio, resta alla base, del canone duraniano nonché del pop dei primi ’80. Ci piace anche la lenta “Whatever Happens Tomorrow”, dalla buona linea melodica, forse il miglior episodio dell’ultimo discreto “Astronaut”; poi però si torna alla Duranmania, a Le Bon che annuncia al pubblico che è scoccata la mezzanotte, e che è il giorno del (45mo) compleanno di John Taylor. C’è l’”happy birthday” della piazza, noi ci guardiamo attorno imbarazzati ma le duraniane riprendono a sgolarsi e a urlare e sarà così fino alla fine. I Duran fanno “Come Undone” (mah!...), “The Reflex” (puri aggressivi Duran Duran “funk” del periodo di mezzo, ma si vede che Roger Taylor non è un batterista a livello di quello che i Duran si erano portati appresso al Flaminio), “The Chauffeur” (in una versione pessima, ed è un peccato essendo uno dei migliori pezzi alla Roxy Music che Le Bon e compagni abbiano in repertorio), “Save A Prayer” (fatta cantare dal pubblico con gli accendini accesi, argh!), “Taste The Summer” (fuunky) “Ordinary World” (lentissima e stramoscia), “Notorious” (funkyssima ma non incisiva come fu al Flaminio) con un interludio tratto da “I Wanna Take You Higher” di Sly Stone. Ci capita di sentire una ragazza che confida all’amica che lei sta guardando solo John, mica il concerto, e dubitiamo che ci riprenderemo da una cotanta rivelazione; ci riprendiamo subito, invece, perché i Duran sparano la monumentale “Careless Memories” dal già incensato primo album, forse in assoluto il miglior pezzo mai scritto dai DD ed uno dei vertici degli anni ’80, un rocker duraniano sul quale Simon Le Bon… beh, fa Simon Le Bon, quella roba lì insomma. E arriva una vigorosa “Wild Boys”, coatta quanto si vuole, ma “pure unadultared fun” come dicono gli americani, che inaspettatamente ci diverte assai. Urla, delirio di massa. Il bis. “Girls On Film” - in una versione che non ci incanta - che fluisce in “Rio”, uno dei preferiti dal pubblico ma non da noi che l’abbiamo sempre trovata alquanto insipida. Ormai è l’una di notte e i cinque tornano di nuovo a schierarsi, abbracciati e stremati, di fronte al “loro” pubblico in adorazione. Hanno vinto anche stavolta, benedetti Duran, e hanno assemblato uno show che, pur musicalmente inferiore a quello dell’87 (il che ci fa dire: arridatece Warren Cuccurullo…) fa, come si dicono i romani, le strisce in testa non solo alla gran parte dei loro contemporanei ma anche a molti moderni epigoni del punk/funk e dell’art-rock. E Simon Le Bon non ha steccato neanche una nota, siamo pronti a giurarlo anche sotto tortura.
Articolo del
22/06/2005 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|