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Sul palco è solo, lo stivale che batte il tempo, lui che quasi ingoia l’armonica a bocca e il microfono. Un microfono di quelli da vecchio bluesman, con un suono distorto, acido, gli occhi chiusi, a cercare una ragione per credere: “Reason to believe” appunto, suonata con “armonica e stivali” senza neppure l’immancabile chitarra. Bruce Springsteen, questa volta ha smesso i panni del boss, ha lasciato a casa per questo giro la E Street Band, e su una scenografia scarna fatta di due enormi tende che lasciano intravedere due vecchi lampadari che pendono dal soffitto e dai pochi strumenti del mestiere, prova a riprendersi le radici della musica popular americana. Quasi fosse un folksinger dei giorni nostri, questa sera ha solo tante storie da raccontare, alternando le chitarre al pianoforte, e riservando per il finale addirittura un “Pump organ”, un organo a pedali. Ma si capisce subito che non ha storie troppo dolci o sommesse da suonare. All’ingresso in scena verso le 21 e 30 mentre i diffusori mandano le note di C’era una volta in America, Springsteen, un banjo elettrico a tracolla, spiega che ha bisogno di silenzio per tutta la serata come fa in tutte le date di questo tour, ma questa volta lo dice in italiano, “per dare il meglio di me” e, sempre in italiano, dedica il primo pezzo “al maestro Morricone”. E’ “I’m on fire”, ma suonata in una versione quasi da western, con un'armonica che sa di sabbia e deserto, quasi fosse uscita proprio da uno "spaghetti western", lontana anni luce da quella pubblicata 21 anni fa su Born in the USA. Il pubblico è compostissimo, assorto in un silenzio quasi religioso e lo sarà per tutto il concerto, eccezion fatta per le raffiche di flash, che pure il rocker del new Jersey chiede cortesemente ma inutilmente di evitare, e per alcuni cori e battimani richiesti approvati e sollecitati dal quasi 56 enne musicista, in alcuni pezzi più “tirati”. Ma comunque, non è un concerto dai toni sommessi. In “Devils and Dust”, il pezzo che dà il titolo all’ultimo album di Springsteen, un lavoro dalle atmosfere acustiche, in sintonia con il concerto che sta portando in giro per l’Europa e gli States, la voce è tesa, gli occhi ancora chiusi, la chitarra ruvida, “ho il mio dito sul grilletto, ma non so di chi fidarmi”, l’armonica a bocca si fa calda e colpisce allo stomaco In “Long time comin’”, ancora da Devils and Dust, Bruce parla da padre, parla di figli, del desiderio e la paura di crescerli, si allontana dal microfono, canta quasi a voce viva, gli occhi finalmente aperti, a scrutare gli occhi del pubblico, tutti intorno, a cercarli, uno per uno, a chiamarli in causa. E i suoi tifosi, quasi incantati, non si perdono una nota, ed esplodono in un boato solo alla fine di ogni pezzo. E’ una notte di storie da raccontare ma il cantastorie sa essere duro e amaro, come nella lucida e disincantata follia di “Nebraska” o “State trooper” (due pezzi datati 1982), oppure l’amante che brucia le sue storie e la sua vita su strade secondarie come in “Incident on 57th street” (ancora più vecchia, 1973), prima della quale Bruce ricorda la sua infanzia e come il padre fosse convinto che le canzoni d‘amore fossero una cospirazione del governo per spingere le persone a sposarsi e quindi pagare più tasse. Dalle corse sulla strada di un tempo (“Racing in the street”) si passa ai "devils" di oggi, i disperati che lasciano le speranze “on the street” come il pugile da strada di “The hitter”, suonata come una vecchia ballata folk, con un semplicissimo arpeggio. C’è anche un imprevisto “fuori programma”: nel bel mezzo di “All the way home” la chitarra fa le bizze, e Bruce è costretto a cambiarla in corsa, mentre dagli spalti non smettono gli applausi a tenere il tempo e consentire il cambio al volo dello strumento. Tra le vecchie canzoni Bruce ha scelto brani dei quali i fantasmi e i demoni di oggi fossero quasi uno specchio più maturo e adulto. I diavoli e la polvere di oggi sono gli stessi in fondo al fiume di “The river”, suonata al piano, oppure quelli della città, bella ma fasulla in “Lucky town”. O ancora quelli dell’amante deluso di “Brilliant disguise”, come dell’esplicito incontro con una prostituta in “Reno”. Non mancano le smorfie, la sua voce graffiata, l’armonica a bocca suonata a pieni polmoni, oppure appena accarezzata dalle labbra, i finali arricchiti dal falsetto sporco al punto giusto. Quando siede al piano le dita non sono di velluto, ma è quello che ci vuole per suonare le sue storie. Disarmante quella di Gesù, in “Jesus was an only son”, raccontata con una melodia dolce, soltanto come la storia del figlio di Maria. Anche se per molti non è la stessa cosa senza gli “E Streeters”, Bruce Springsteen, insomma, sembra non aver tradito, lo dice il timbro della sua voce sincero al limite dell’estremo, lo dicono le sue accordature aperte a non cercare troppe certezze o moralismi dietro alle sue storie. Il racconto più bello resta forse l’ultimo prima dei bis, quello dei messicani che, sognando un futuro diverso, lasciano invece per sempre vita e speranza sulle rive del fiume Matamoras (“Matamoras banks”), cercando di attraversare il confine. Bruce la suona seduto su uno sgabello, guardato negli occhi dal pubblico della platea, che ormai ha abbandonato i posti a sedere per assieparsi sotto il palco e vederlo da vicino (“i miei figli” ancora in italiano). Ma non può finire così, c’è spazio per i richiestissimi “encores”, per il folk quasi rockabilly di “Ramrod”, per far cantare il pubblico in “Land of hope and dreams” e stringer le mani alle prime file. L’ultima storia è un racconto di speranza, “The promised land”, "la terra promessa", tante, tante volte in passato sputata sul microfono. Stavolta è un racconto lucido, senza troppi fronzoli, le dita che battono piano sulla cassa della chitarra e pizzicano appena le corde, in un silenzio irreale per tutto il palazzetto, fino ad un ultimo potente accordo. L'uscita è coi piedi che si muovono sull'organo a pedali, per “Dream baby dream”, un vecchio pezzo dei Suicide, rifatto in una versione quasi ipnotica da Springsteen, con la voce quasi tremante. Il suono dell'organo riempie tutto e tutti, "sogna, piccola, sogna". Non ci sono altre storie da raccontare, per questa notte può bastare.
Articolo del
15/06/2005 -
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