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Una serata da non dimenticare, iniziata nella compostezza un po’ rigida che ispirano le moderne sale dell’Auditorium, finita in un atmosfera da taverna blues dei vecchi ghetti di Chicago. Niente e nessuno potevano toglierci la curiosità di rivedere all’opera Elias Mac Daniel, alias Bo Diddley, uno dei personaggi più influenti della storia del rhythm & blues, uno dei primi a determinare il passaggio al rock and roll, ma non ci aspettavamo di certo di trovarlo così in forma. A 76 anni compiuti Bo Diddley arriva a Roma, una delle date di un tour che festeggia i cinquanta anni di carriera. La celebrità e il fatto di essere sempre e comunque indicato come padre putativo dal Gotha del Rock , non lo hanno cambiato. Resta un uomo del Delta del Mississippi, una persona semplice e vera, che ha conosciuto la povertà e l’abbandono, e che per l’occasione rispolvera l’abito della festa, serio ma decisamente fuori moda, come le sue scarpe a mocassino, e quei suoi calzini bianchi corti. E’ un po’malfermo sulle gambe, ma ha ancora tanta grinta nella voce e tanta forza nelle braccia. E’ accompagnato da un gruppo formato da Frank Daley, chitarra elettrica, Sandy Gennaro alla batteria, e da due gentili signore di mezza età che rispondono ai nomi di Debby Hastings, basso elettrico, e Margo Lewis, tastiere. A prima vista sembra una band improbabile per un “live act” all’impronta del rock and roll, ma poi siamo felici di doverci ricredere sotto i colpi incessanti di una sezione ritmica ben calibrata e potente, sostegno ideale per la voce inconfondibile di Bo Diddley che si racconta come se fosse a casa sua. Seduto su una sedia, impugna la sua fantastica chitarra rettangolare, che da lontano sembra un flipper con tutti gli “special” accesi, ed esegue in rapida successione successi indimenticabili come “Not Fade Away” e “I’m A Man”, canzoni riprese un po’ da tutti nel corso degli anni, e ci sentiamo come studenti seduti fra i banchi dell’Università del rock and roll. “ Non sono qui per gli applausi!” grida al pubblico “ Voglio soltanto il vostro calore, il vostro conforto…. E voglio sentirvi fare un po’ di rumore!” E’ il momento di “Hey Bo Diddley”, il coro è di tutto l’Auditorium che si scalda presto, l’ovazione lui la rimanda ai grandi del suo tempo, così il brano é intervallato ad arte e si trasforma in un tributo a Chuck Berry, B.B. King, Steve Ray Vaughan, Solomom Burke ed Elvis Presley, a stelle del rock che hanno diviso il palco con lui, gente come i Rolling Stones, Jimi Hendrix e Janis Joplin, in un frastuono generale. E ancora “Mona”, un classico della fine degli anni cinquanta, pubblicato dalla Chess Records, una etichetta di importanza storica, punto di riferimento dei grandi della musica nera. C’è il tempo anche per “Hush Your Mouth” e “I’m Sorry” , malinconiche “blues ballads” che ci accompagnano fino al momento più atteso, quella “Who Do You Love” in pratica una scarica di ritmo ventrale che è diventata un classico del “jungle sound” e che ci costringe tutti ad un abbandono istantaneo delle poltrone per andare in piedi sotto palco a battere il tempo. Si alza, raggiunge il batterista, picchiano a quattro mani, suoni tribali che riscaldano la parete dello stomaco. Al termine abbandona il palco, ma solo per pochi minuti, al grido di “ Go Bo Diddley!” è richiamato sulla scena. Lui si risiede e guarda il pubblico compiaciuto e contento “ Devo tutto a voi” si confessa “ Sapete, ho 76 anni, ma non mi sento affatto stanco. Ricomincerei tutto daccapo. Siete pronti?” E via con un blues travolgente, che si trasforma in un funky selvaggio e che poi decelera fino ai tempi giusti per improvvisare addirittura un rap, e di straordinaria intensità, durante il quale coinvolge più volte, ai cori, gli spettatori delle prime file. D’altronde, come dargli torto? Il blues é padre di tutto, lui ne è stato testimone e predicatore assoluto fin dall’età di cinque anni a Chicago, quando già cominciava a suonare la chitarra. E poi al Liceo, quando aveva già un gruppo, i Langley Avenue Jive Cats. Che cosa possono vantare i rapper nostri contemporanei, che si agitano tanto, fanno la faccia dura, scrivono testi violenti, ma non hanno la passione e il carisma di chi ha il seme della musica nera nelle vene, e con serenità e saggezza ci ricorda ancora una volta, l’importanza di quelle radici.
(La fotografia di Bo Diddley è stata scattata poco dopo la fine del concerto da Roberto Agostini. A lui vanno i nostri ringraziamenti per avercela gentilmente concessa).
Articolo del
23/04/2005 -
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