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Lui, l’ex-leggendario batterista di Atomic Rooster, Asia e, soprattutto, di “quel” trio prog-rock, torna nella Capitale per la terza (o è la quarta?) volta in un anno, e sempre - tranne in un caso - alla decentrata ma spaziosa e confortevole Stazione della Birra, tanto da dargli il destro per celiare: “sto pensando di affittarmi un appartamentino proprio qua davanti”. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe capitata un’evenienza di questo tipo, mettiamo nel ’72, quando “quei” tre – ebbene sì, Emerson Lake & Palmer – erano dei semidei di casa, piuttosto, al PalaEur, dove apparivano circondati da Tarkus, Manticore ed altri mostri fantascientifici vari e, insomma, parevano francamente fuori della portata del comune mortale? (No, noi per ovvi motivi anagrafici non c’eravamo, ma abbiamo ascoltato i racconti tramandatici intorno al fuoco dagli antenati). Quarta volta in un anno, quindi, per il Palmer caduto sulla Terra; e seconda per noi a breve distanza, dopo il concerto dello scorso giugno al Centralino del Foro Italico. Segno che allora il Carl Palmer Trio ci aveva divertito non poco; e ci è piaciuto anche stasera, benchè le considerazioni che abbiamo potuto fare sono le stesse medesime di allora. Ovvero: buona l’idea del power trio con, in assenza dell’irrimpiazzabile Emerson, un chitarrista al posto delle tastiere, benchè il giovanissimo axe-man Paul Bielatowicz ci vada giù un po’ troppo pesante, mentre magari ci vorrebbe, chessò, un raffinato alla Robert Fripp; da ammirare il bassista Dave Marks, un polistrumentista d’eccezione; e formidabile la voglia ed il gusto di picchiare sui tamburi per continuare a dimostrare di essere il miglior batterista del mondo – come ai tempi in cui dominava le charts di Melody Maker – di Carl Palmer, davvero contagioso nel suo immutato entusiasmo. La Carl Palmer Band fa il suo ingresso in scena intorno alle 23.00, dopo un breve set dei promettenti locali Zephiro, davanti ad una platea gremita (rigorosamente seduta) di fans vecchi e nuovi. Partono con una nitida, ritmata “Peter Gunn Theme” di Henry Mancini, pezzo che al Centralino non avevano eseguito, per poi passare a una così-così “The Barbarian” (dal primo disco di EL&P, quello della “colomba”): talvolta, come in questo caso, si sente il bisogno di un Emerson e del suo moog. Nella prima parte del concerto c’è molto “Trilogy”, peraltro ottimamente eseguito: è il caso della trascinante “Hoedown” e della title-track (pressochè perfetta). E c’è anche tanto “Works” sia volume uno che due, con le consuete “L.A.Nights” e “The Enemy God”, e un’inaspettata “Bullfrog”, che non ci capitava di ascoltare da secoli. Qualcuno del pubblico grida che vuole ascoltare “Lucky Man”, ma il gioviale Palmer fa orecchie da mercante, il suo è un set interamente strumentale. Esegue, piuttosto, “Toccata”, e fa bene, essendo il pezzo chiave non solo di “Brain Salad Surgery”, ma anche di ogni esibizione della Carl Palmer Band, più arcigna e aggressiva dell’originale, e la suite di “Tarkus” in versione compressa, privata ovvero di alcune sue parti che erano degli “showcase” per Emerson e Lake. Sempre bello riascoltarla, coumunque: per chi scrive, la suddetta suite è infatti il vertice assoluto del prog anni ’70. E, probabilmente, anche per il pubblico della Stazione Birra, a giudicare dall’ovazione che ha ricevuto. Ci ha fatto effetto, poi, ascoltare Palmer ammettere candidamente che per ogni album bello (e credo si riferisse a “Tarkus”) ce n’è uno brutto (e si riferiva, certo che sì, a “Love Beach”) per poi lanciarsi in quello che il batterista ritiene l’unico pezzo da salvare di quel disgraziato disco, “Canario”. I gusti sono gusti, ma noi intanto siamo usciti di fuori a fumarci una sacrosanta sigaretta post-Sirchia. Siam tornati giusto in tempo per il finale, come di prammatica “Fanfare For The Common Man”, con rutilante assolo di Palmer, seguito dal bis, come al Centralino una incisiva, coinvolgente versione dei “Carmina Burana” di Carl Orff. Una ennesima buona prova, insomma, e la Carl Palmer Band la andremmo a omaggiare anche una terza volta se tornasse quest’anno, perché ci sono tre-quattro pezzi di EL&P che ci fanno restare a bocca aperta ogni volta che li ascoltiamo. Magari, per cambiare, ci piacerebbe sentirli eseguiti da una Keith Emerson Band. Se venisse Greg Lake, invece, passeremmo la mano. C’è il rischio che faccia “C’Est La Vie”...
Articolo del
08/03/2005 -
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