|
Giovane, irriverente, misconosciuto, dolceamaro, geniale. Questi i cinque aggettivi essenziali per descrivere la figura di Rufus Wainwright. Ma ascoltare la sua musica dal vivo, come è capitato a noi martedì 16 novembre al Circolo degli artisti di Roma, è tutta un altra cosa. E un’autentica esperienza di magia. Come abbia fatto, infatti, questo ragazzo gracile, effemminato e timido, a sostenere un ora e mezza di concerto da solo (chitarra acustica e pianoforte), dando fondo a tutto il suo migliore repertorio, resterà un mistero per tutte le cento anime presenti al concerto. Un mistero, soprattutto, se si considera che i tre album che Wainwright ha all’attivo ("Rufus Wainwright" 1998, "Poses" 2001, "Want One" 2003), sono caratterizzati, al contrario, da una complessità compositiva e produttiva degne di un maestro di musica classica. Il pop rock di Rufus Wainwright, infatti, è unico nel panorama artistico della sua generazione, il suo eclettismo comprende i modi di un certo blues intimista e introspettivo, non disdegna le influenze del rock contemporaneo negli arrangiamenti (che spaziano dall’elettronica allo scratch da DJ), e ha come filo rosso una vena compositiva che ambisce alle architetture della classicità. I suoi album, pieni di ballate struggenti, di sonorità pop, di sfumature epiche che a volte guardano al dark, altre alla favola, altre ancora alla spaziosità invocativa dei canti gospel, vanno progressivamente verso il respiro orchestrale, verso la dilatazione limpida del suono e la sospensione infinita di voci e di cori. E se nei primi due album queste due anime risultavano sapientemente mescolate, al punto che la vena classica restava più un attitudine che una resa sonora, in "Want One", suo ultimo lavoro, questa caratteristica si evidenzia più che mai: le eleganti orchestrazioni evocano atmosfere di due secoli fa; le molteplici voci si ammassano l’una sull’altra come “i piani di una enorme torta nunziale” ( per usare un’espressione tratta dal sito ufficiale), le tematiche sono complesse, sempre aderenti alle emozioni umane. Musicalmente ciò si riflette con il fatto che prevalgono i lavori al pianoforte, che alle chitarre si sostituiscono gruppi di fiati e di archi, che viene meno il beat elettronico saltuariamente utilizzato in "Poses" (2001) a favore di un approccio più puritano, integro, dove la mescolanza di generi e di suoni più è contenuta. -------------------- Probabilmente è stato questo contrasto a spaventare gli spettatori romani del Circolo degli Artisti quando si sono trovati davanti un Rufus Wainwright in veste di attore beckettiano, su un palcoscenico spoglio e in penombra, con appresso nient’altro che se stesso e una improvvisata scaletta di canzoni. Si aspettavano l’orchestra (o quantomeno il quartetto classico di strumentisti), e si sono trovati davanti un autentico “one man show” (per usare le parole di una canzone del Nostro). Una preoccupazione vana, per fortuna, perché il concerto è andato avanti canzone dopo canzone, catturando l’attenzione del pubblico in un crescendo di emozioni contrastanti. Numerosi guizzi di ironia alternati a momenti di vera commozione, culminata nella canzone tributo a Jeff Buckley, "Hallelujah", in cui Wainwright non ha potuto fare a meno di lacrimare. E se certo è risultata un po’ scarna la versione acustica di "Greek Song" ("Poses"), che nell’album è piena di venature orientaleggianti e satura di suoni, di cori e di sviolinate, altamente suggestiva e diretta è stata la bellissima "Go Or Go Ahead" ("Want One"), canzone difficilissima, scritta, a detta dello stesso Wainwright, in occasione di uno “spaventoso botto di droga”, e urlata, dal vivo, con dovizia e melodia. Come pure la geniale ballata in blues allegro "Cigarettes And Chocolate Milk" ("Poses"), suonata al solo pianoforte ma con l’identica leggerezza adolescenziale che Wainwright ci aveva regalato in "Poses". D’altronde non sarà un caso se proprio sulla sua biografia, rintracciabile nel sito ufficiale “www.rufuswainwright.com”, tra i tratti salienti della sua arte vi è il commento: “Wainwright è stato lodato a lungo per la sua abilità di trasmettere una sorprendente gamma di emozioni con soltanto un pianoforte e una voce”. Questa capacità, a nostro avviso, trova spiegazione nell’intensità con cui Rufus Wainwright si cala nella sua musica, al modo di un attore di Teatro d’Arte, instaurando un continuo contatto tra l’uomo e il personaggio, tra la recita e la realtà, e dunque tra l’attore e il pubblico. La sua musica è capace di ironizzare su una condizione esistenziale difficile (in molte canzoni si intuisce velatamente il riferimento alla sua omosessualità) e di piangere per un capriccio infantile. E,’ questa, la capacità rara di mescolare la vita con l’arte, di raccontarsi in una ballata, di esprimere il proprio senso dell’assoluto in una personalissima sinfonia. E’ questa compenetrazione tra l’uomo e l’artista, evidente e addirittura stupefacente dal vivo, che ha reso il concerto di Rufus Wainwright un caso più unico che raro, un baluardo di autenticità musicale. Ed è la sua ambivalenza, la compresenza di malizia e ingenuità, di forza e vulnerabilità, di vocazione classica e spregiudicatezza giovanile ad alimentare, crediamo, il motore mai sopito della sua creatività.
Articolo del
02/12/2004 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|