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Un concerto d’eccezione conclude questa edizione del Roma Jazz Festival , tutto incentrato sulla formula Jazz e Reading che ha sollecitato l’attenzione del pubblico e che ha pienamente convinto i presenti. Accompagnato da Roswell Rudd al trombone, Reggie Workman al contrabbasso e da Andrew Cyrille alla batteria, ritorna Archie Shepp con il suo sax tenore, protagonista negli anni sessanta del jazz di avanguardia, musicalmente erede di John Coltrane, politicamente seguace di Malcom X . Archie Shepp fa parte di quel movimento di Black Art e Jazz Aesthetic che si batte da sempre per dare voce alle radici africane della popolazione nera americana: lo fa con la sua musica, lo fa con le sue sceneggiature, con i testi delle sue canzoni e in questa occasione lo fa portando con lui sulla scena un’altra figura mitica dell’America degli anni sessanta, il poeta Amiri Baraka, più noto in quegli anni come Le Roi Jones, bluesman e narratore, impegnato da sempre contro tutte le ingiustizie sociali e contro il razzismo. Il suono dell’Archie Shepp & Roswell Rudd Quartet è quanto di meglio si possa aspettare da quattro “mostri sacri” della storia del jazz. Compreso Amiri Baraka, la cui presenza sul palco è estemporanea, contano ben 350 anni in cinque!!! Composizioni come “Ain’t Misbehaving” e “Tomorrow Will Be Another Day” conquistano il pubblico di appassionati, in particolare quando Archie Shepp si produce anche alla voce, come su “Steam”, un classico del suo repertorio, scritta con il cugino a 15 anni, un brano che si basa su due soli accordi , interpretato con la voce roca e piacevolmente bluesata di un vero “crooner”. Ma sono le note stridule e dure che fuorescono dal sax tenore di Archie Shepp a dare le emozioni più vere della serata, quegli assoli così lancinanti ed intensi che aggiungono qualcosa alle radici swing e bebop della formazione jazz dell’artista. A partire da John Coltrane siamo abituati a far rientrare tutto questo all’interno della definizione di “free jazz”, ma è lui stesso Archie Shepp a rifiutare tale etichetta . L’unica radice da lui riconosciuta, l’unico suo vero punto di riferimento è il blues. Non riconosce o rifiuta altri linguaggi. Archie è radicale, è intransigente, come i suoi assoli, è l’ultimo dei romantici, è un signore che invita a confidare nel buon Dio e nel frattempo spara verso il cielo suoni disperati e laceranti, come le preghiere di chi vive ai margini e non frequenta la chiesa di domenica. Sulla sua stessa lunghezza d’onda si innesta Amiri Baraka che modula la sua voce con il sax di Archie Shepp e recita, canta, grida, urla, si lamenta, emette vocalizzi che finiscono diritti nell’anima anche quando ti riesce difficile cogliere tutte le parole. Baraka ha scelto alcune poesie che ben si adattano alla musica del Quartetto di Shepp e Roswell e ci è sembrato decisamente ad alto livello il suo apporto nel finale al momento del tributo del gruppo alla “madre Africa”. Lui, Le Roi Jones o Baraka, che fece scandalo in USA ai tempi della pubblicazione di “Somebody Blew Up America” e che, da allora in poi è stato messo da parte, beh lui non si è mai pentito, non si è mai rassegnato all’esistente. Lui sa bene che solo la poesia può regalare verità e bellezza e -come facevano gli antichi – favorisce ogni giorno il sorgere del Sole con i suoi inni blues , pregevoli e commoventi.
Articolo del
19/11/2004 -
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