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E’ stata una gran bella serata, e non poteva che essere così. Sono rimasti in pochi ormai a tenere alto il vessillo della musica vera, che trae origine dal blues, che non é farsi vedere in giro, che non è finzione, che non è autocompiacimento: Mark Lanegan e i suoi amici sono tra questi. Un “set” solitario di Nick Olivieri, il bassista dei Queens Of The Stone Age, apre il concerto. Arrivano a sorpresa, in rapida successione, delle splendide versioni interamente acustiche di “Gonna Leave You” e di “Another Love Song” tratte da “Songs For The Deaf” dei QOTSA alle quali vengono aggiunte composizioni più recenti, come “All The Way Down“, come “There She Goes Again” o la splendida, feroce “Bloody Hammer”, che provengono da materiale registrato in proprio, canzoni intense, rese ancora più drammatiche dall’interpretazione rabbiosa di Nick, che ci regala un vero hard rock dell’anima. Mark Lanegan affianca l’amico Olivieri su un paio di brani, un duo di tutto rispetto, poi lo lascia finire in perfetta solitudine, con la chitarra strapazzata a dovere e con le grida di approvazione di chi apprezza tale gustoso antipasto. Poco dopo riappare Mark Lanegan, adesso è con la sua band, e si sente. Un assalto micidiale di chitarre elettriche investe i presenti e i contorni del ryhthm & blues oscuro, malato e decadente che alimenta tutti i lavori solisti di Lanegan, prendono forma. L’ex vocalist degli Screaming Trees ha inventato una formula che potremmo definire “post-grunge” (ma perché ci sentiamo un po’ idioti ogni volta che dobbiamo applicare un’etichetta su qualcosa o a qualcuno?), ma che in realtà non è altro che un ritorno al blues basico ed essenziale delle origini, innestato in un tessuto urbano, drammatico, spesso esasperato, a volte violento. Il “live act” di Mark Lanegan è incentrato sui brani tratti da “Bubblugum” l’ultimo suo album, un disco fantastico che ha visto la collaborazione di gente come Greg Dulli, Joshua Homme dei QOTSA e di P.J. Harvey e le note incandescenti di “Hit The City”, “Wedding Dress” e “Driving Death Valley Blues” ci rincuorano tutti, e non poco. E’ la notte degli “outcast”, di chi non ci vuole stare, di chi sa chi sono gli Stooges e non gliene importa niente di chi erano i Beatles, è la serata di “One Way Street”, tratta da “Field Songs”, malinconica, ma ruvida ed essenziale, e questa serata raggiunge il suo momento più alto quando arrivano gli arpeggi acustici avvolgenti che introducono “Resurrection Song” una ballata lenta che dal vivo assume dei contorni ellettrici più definiti e che viene interpretata meravigliosamente da un Mark Lanegan che appare sempre più disincantato, sempre più disilluso e distante, ma non vuole rinunciare con la sua musica, con i suoi testi, a testimoniare almeno se stesso. “I thought I heard a resurrection song” ripete più volte nel finale, mentre chitarre acide e lancinanti si rincorrono per cercarla. Atmosfere dense e bollenti anche “When Your Number Isn’t Up” un brano intensamente bluesato che da voce a chi vive ai margini e a chi, all’interno di quei margini, ci vuole restare. E ancora una splendida “love song”, per niente falsa, per niente melodica, per niente ammiccante, semplicemente “I’ll Take Care Of You”, prima che Nick Olivieri si unisca agli altri sul palco nell’esecuzione di “Metamphetamine Blues”, la “summa teorica” del blues elettrico a tinte forti di Lanegan. E’ il momento di Wendy Rae Fowler, la vocalist della band che lascia i cori per eseguire in solitudine “Strange Religion” e aspetta il ritorno di Lanegan per il finale, affidato ad una lunghissima versione di “Fix” acida e corrosiva come non mai. Un breve cenno con la mano, il saluto di Mark Lanegan per un concerto che resta dentro e non ci piace aggiungere altro.
Articolo del
11/11/2004 -
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