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Caro vecchio amico Tom, Avevo proprio voglia di sentirti, e finalmente ti sei deciso. Finalmente ti sei deciso a farti vivo. Non ci ho messo troppo tempo a capire che si trattava di te. Si, in un primo momento sono rimasto un po’ spiazzato, con quei vinili che “scratchavano” neanche fossi un consumato DJ. Ma appena ho sentito la tua voce ho realizzato che, dopo tanti anni, i tuoi sono segni inconfondibili, e che, evidentemente, quella sabbia che ti porti in gola da sempre, non è un mal di gola incurabile, ma è proprio il tuo richiamo per noi, poveri “cani randagi”. Ho sentito che anche stavolta ti eri portato appresso il tuo immancabile pianoforte, ma per la prima volta lo hai lasciato lì, a prendere polvere, senza sfiorare neanche un tasto. Si, capisco cosa vuoi dire quando dici che ogni volta che ti ci sedevi, ultimamente uscivano sempre gli stessi giri di accordi e tu, invece, volevi qualcosa di nuovo. Non deve essere stato facile liberartene anche se solo per questa volta. In compenso, ho sentito che con quella dannata voce che ti ritrovi adesso non ti limiti più a barcollare sulle melodie, ma ci tiri fuori delle ritmiche complete e complesse. Come lo chiami tu? “human beat boxing”! Una specie di batteria umana! Deve essere la vicinanza dei tuoi figli, che ascoltano solo rap e hip hop: ad ascoltare loro con la voce c’è un mondo intero da riscoprire! E Casey ti ha dato anche una bella mano, coi suoi scratch e le sue percussioni. E bravo Tom! “Real Gone” è l’espressione esatta! Ti calza a pennello! Sei proprio fuori di testa vecchio mio! Ma non mi chiedere se mi è piaciuto quello che hai fatto stavolta...Lo sai, non sarei obiettivo! Adoro i tuoi timbri vocali, per me potresti cantare qualsiasi insulsa nenia, e me ne starei lì a bocca aperta. Piuttosto, ti dico subito che, questa roba che hai tirato giù, sempre a quattro mani con tua moglie Kathleen Brennan, non potrò ascoltarla a volume troppo alto...Beh, almeno non tutta. Le parti più chiassose, “Top of the Hill”, “Hoist that rag”, “Metropolitan Glide” sveglierebbero i vicini e spaventerebbero i bambini, con tutte le loro ruomorosissime invenzioni sonore. Però mi fa piacere, che non ti è passata la voglia di cercare cose nuove. Tu dici che si tratta della solita sporca faccenda: donne, alcol, treni, topi, politica, la morte e il peccato. Si, forse hai ragione, in fondo anche il circo, l’immagine del tendone e dei suoi sinistri abitanti, hai ragione tu, sono cose che ti porti dentro da un bel pezzo. Il fatto è che c’è come una vena acida che col passare degli anni mi sembra che vada radicandosi e accentuandosi nei tuoi pensieri. Forse dai tempi delle “variazioni sul mulo”questi pensieri si son fatti come “rurali”, quasi a voler scavare nelle paura arcaiche di tutti noi, o forse di alcuni, o meglio ancora solo di te stesso. É che hai la capacità poco rassicurante, di metterci davanti un forcone, un’accetta da cui sgocciola sangue, un granaio al quale è meglio non avvicinarsi, un vecchio trattore, una distesa di grano sfiorato da un’aria di pioggia, o un avvoltoio che si liscia le ali. Ed è tutto così improvvisamente sinistro che sembra di un altro mondo. E non ti sogni più di raccontarci un amore compiuto. Al massimo è compiuto a metà. E allora sono i peccati del padre che ricadono sul figlio, ma anche i peccati della madre e del fratello. Oppure è una rosa, ma una rosa calpestata. Non pensarmi un vecchio tradizionalista, se ti dico che ti preferisco ancora quando racconti in punta di lingua, raschiando le tue corde su pochi strumenti di contorno. Come dici tu, forse per scrivere delle situazioni più drammatiche che hai vissuto, puoi farlo solo con una specie di distacco poetico, per essere davvero credibile”, o forse è solo che ti vedo, sempre per usare le tue parole, come “un predicatore che agita in aria una pistola”, e preferisco tenerla d’occhio quella pistola. Beh, adesso devo proprio salutarti, salutami il tuo chitarrista Marc Ribot, il bassista Larry Tyalor, e tutto il resto della tua ciurma. Ah, e salutami anche quel ragazzo, quello che scriveva quelle lettere dal fronte, digli che ci vedremo presto tutti insieme, magari già domani. E se non è domani sarà un giorno dopo domani...”the day after tomorrow”...o comunque non troppo tardi.
Articolo del
29/10/2004 -
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