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1. FROM THE BEGINNING – Ognuno ha le sue stranezze e le proprie contraddizioni e anche noi abbiamo le nostre. Restiamo fermi nella nostra convinzione che il progressive-rock sia (stato) alla fine della fiera una gran menata, ma ci piacciono, anzi ADORIAMO, gli Emerson Lake & Palmer, che di quella scena prog anni ’70 furono tra gli alfieri più barocchi e convinti. E abbiamo ormai capito che la musica ci piace scarna e minimale, eppure continuiamo ad apprezzare, anzi a GENUFLETTERCI di fronte ad Emerson Lake & Palmer, che in quanto ad eccessi non sono stati secondi a nessuno. Quindi, caro psic, pare evidente che abbiamo un Problema, un serio, serissimo Problema. Sarà mica dovuto a quegli ascolti di “Trilogy” a cui fummo sottoposti in maniera massiccia alla precoce età di 11 anni? ------------------------------------- 2. WELCOME BACK MY FRIENDS… - Facendo un rapido facile calcolo, Palmer è nato nel 1950, quindi oggi che è il 2004 ha 54 anni. Non pochi, ma in fin dei conti neanche troppi, a vedere l’età dei suoi contemporanei. Tanto più che se li porta davvero bene, e a vederlo dal vivo non pare poi troppo diverso dal Palmer disteso e ridanciano che anni fa appariva sulla spiaggia di Nassau dalla copertina di “Love Beach”. Il suo gruppo, la cosiddetta “Carl Palmer Band”, è composta dal bassista Dave Marks e non da un tastierista – come logica vorrebbe – bensì da un chitarrista, pischello e neanche troppo velatamente metallaro, che risponde al nome di Paul Beilatowicz (in sostituzione del precedente membro Shaun Baxter, che recentemente ha avuto problemi uditivi che l'hanno messo k.o.). L’esperimento “chitarre al posto di piano e moog”, anche se a molti non sarà piaciuto, è indubbiamente interessante, ed evita che lo spettacolo proposto da Palmer consista in una blanda riproposizione del repertorio di EL&P tale e quale. “The Barbarian”, che apre il set, è deliziosamente lancinante; “Hoedown”, da “Trilogy”, estremamente interessante nella nuova aggressiva versione. Dave Marks, che fa le veci di Greg Lake, evita accuratamente di confrontarsi con il suo vocalmente dotato predecessore, cosicchè il set è interamente strumentale. Priva del piano di Emerson e del cantato di Lake, la title-track di “Trilogy” risulta così alquanto monca; e anche la suite “Tarkus”, mancante di alcune sezioni tra cui l’interludio romantico “Stones Of Years” risulta criticabile alle nostre orecchie (e va però detto che l’avremmo criticata comunque, dato che chi scrive considera “Tarkus” uno dei picchi della musica del Novecento e ha dei seri problemi anche con tutte le versioni rimasterizzate dell’album, in cui i volumi dei vari strumenti non sono mai perfettamente allineati come nell’originale in vinile). E Palmer? Il ragazzo imberbe che ti sorrideva da Nassau è diventato un maturo e smaliziato intrattenitore, che tra un pezzo e l’altro si alza dal kit della batteria e si rivolge al pubblico con fare da amicone, per raccontare aneddoti e quant’altro. Ed è rimasto un signor batterista. Quadrato, geometrico, essenziale, mai incline al virtuosismo fine a sé stesso, come ai migliori tempi di EL&P. I quali EL&P occupano, con i loro brani dei bei tempi andati, la quasi totalità del concerto, se si eccettua un momento in cui il Sig. Palmer si fa da parte per lasciare la scena prima a Beilatowicz (assolo di chitarra su tema classico), e a Marks (improvvisazioni con accenni a “From The Beginning”, “Owner Of A Lonely Heart” (!) e “Message In A Bottle” (!!)), per poi tornare ed avviare un anomalo brano jazzato dal titolo “J. Section”. ----------------Sappiamo per esperienza che in (quasi) ogni concerto c’è un momento indimenticabile. In questo caso si verifica all’esecuzione di “Toccata”, il movimento firmato Ginastera già presente su “Brain Salad Surgery”. E’ più heavy che sul disco originale, grazie a Beilatowicz che in questo caso non fa mai rimpiangere Emerson, e grazie ovviamente a Palmer che batte sui tamburi come, e meglio, di quanto ce lo ricordassimo. Strepitoso. Vengono eseguiti anche “The Enemy God” e “L.A. Nights” (scritta a Los Angeles con John Walsh, che Palmer ricorda come un eccezionale strumentista e compositore, sebbene un po’ sbevazzone) dalla facciata “solo” del batterista presente su “Works Vol. 1”. Viene (purtroppo) suonata anche “Canario” da “Love Beach”, che, benchè composta originariamente da Rodrigo per chitarra, anche nella versione odierna continua a restare uno dei brani più pacchiani di sempre di EL&P. Gran(dissimo) finale con “Fanfare For The Common Man”, con, nella parte centrale, il tanto atteso “drum solo” da parte di Palmer, che improvvisamente sembra far deviare il brano dalle parti di “Tank” per poi riconvergere sul tema iniziale. E non è finita, perchè il batterista e i suoi tornano in scena per un invocato bis, una magnifica “Carmina Burana” in versione heavy-prog. Un pensiero finale: eseguita con Keith Emerson al piano e moog, sarebbe stata ancora migliore. --------------------- 3. THE POWER OF THREE – Ci viene in soccorso il ricordo di una lontana intervista a Keith Emerson (come dove e quando l’abbiamo letta non riusciamo proprio a ricordarlo) in cui il tastierista citava tra sue maggiori influenze Frank Zappa e le Mothers of Invention ed in particolare, l’album “Hot Rats”, esemplare commistione di rock e jazz, con qualche spruzzata di classica. E’ vero, EL&P nei loro momenti migliori (ce sono stati anche di peggiori, ma sorvoliamo) ricordavano in più di un modo quegli eccezionali esperimenti zappiani, e tra la suite di “Tarkus” ed alcune cose di “Hot Rats” c’è più di un punto in comune. Punti di contatto che non abbiamo mai riscontrato in (per esempio) Genesis, Yes, Gentle Giant e tutta la banda. E a noi Zappa piace, razionalmente parlando, ed anche molto, e in fondo lo dicono tutti che è stato un Genio. E poi: EL&P erano un trio, e nei loro momenti migliori (perché è di quelli che stiamo parlando) sapevano essere realmente – anche loro - scarni, minimali ed essenziali. Insomma, proprio come piace a noi. Il Problema parrebbe quindi risolto, caro psic. Adesso possiamo riprendere ad ascoltare “Trilogy” senza dover provare sensi di colpa?
Articolo del
02/07/2004 -
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