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Accolta con il tributo di pubblico necessario ad onorare la sua fresca fama di reginetta del rock più corrosivo e pungente, Polly J. Harvey si presenta dentro un ultra ridotto miniabito a strisce, con un paio di collant rosa e degli stivaletti bianchi di pelle che mettono subito in chiaro - insieme ad una fisicità asciutta e nervosa - il suo modo di essere donna, fragile e visionaria, sì certo, ma al tempo stesso determinata, aggressiva e poco incline ai compromessi. Accompagnata da un terzetto ruvido e voglioso, che vede fra l’altro la presenza di Rob Ellis alla batteria, Polly si lancia subito in un rock and roll sfrenato e - senza concedersi pause - mette in fila brani come “Meet Ze Monsta” e “Who The Fuck?” che danno una connotazione ben precisa al suo “live act”. L’intimismo glaciale e a tratti sofferto di “Uh Huh Her”, il suo ultimo album, uscito da poche settimane, cede presto il posto alla musicalità più energetica frutto della sua avventura newyorchese e di un album come “Stories From The City, Stories From The Sea”. Brani come “Big Exit” e la splendida “Good Fortune”, riproposti dal vivo, risultano quanto mai coinvolgenti e trascinanti. In certe occasioni Polly J. Harvey echeggia la prima Patti Smith e comunque il riferimento alle sonorità degli anni settanta è sempre presente, e in maniera massiccia. Distorsioni a rotta di collo, sferragliate di chitarre e molti episodi bluesati che non sono però semplici citazioni, ma conferiscono nuova linfa al demone mai estinto del rock and roll. L’esecuzione di “A Perfect Day, Elise” tratta da “Is This Desire?” è devastante, Polly si china su se stessa, salta su come una scheggia, chiede un po’ di colla per i suoi stivaletti che hanno ceduto lì sulla punta, e la fanno incespicare sui fili, urla, evoca, sospira, si inginocchia, riparte e su “Down By The Water” ottiene quello che solo un’artista di razza può sperare: il pubblico accompagna in coro il suo incedere volutamente lento e cadenzato. Subito dopo “Shame” e la bellissima “The Letter”, il suo nuovo singolo, poi Polly si ferma ancora, volutamente rigida, guarda nel vuoto e si prepara per “Cat On The Wall”, un brano sofisticato, con una chiave armonica così particolare da creare una atmosfera ipnotica.Dopo un’ora e mezzo, Polly prova a salutare, ma il pubblico per una volta non è d’accordo con lei. Non la lascia andare. Sono tutti in estasi, innamorati. Torna sul palco, mette al massimo gli amplificatori e risuona ventrale “I Think I’m A Mother” con il timbro di quel basso che impera, con le percussioni che diventano sovrane (2 i batteristi) e con la voce di Polly che torna ad essere cavernosa e forte, in evidente contrasto con la sua figura, così esile e minuta. Tocca poi a “The Desperate Kingdom Of Love” una nuova ballata acustica, le parole “promises, promises” emergono quasi in un sussurro. Su “The Whores Hustle And The Hustlers Whore” Polly Jean torna a picchiare duro: c’è disperazione, c’è sesso , c’è vita, c’è sangue nel suo rock’n’roll, lei comunica tutto questo, senza filtri, senza finzioni e senza esagerazioni in stile Peaches, e il pubblico apprezza. Il finale è dedicato interamente alle sferzate di chitarra di “To Bring You My Love”, un suono di derivazione Stooges, una manifestazione eloquente di “heavy blues” settantiano, il deserto della solitudine che si trasforma in un rock duro e possente, sicuramente il brano più riuscito di Polly J. Harvey, ex country-girl del Dorset, Inghilterra del Sud che, stanca di rotolarsi nel fango insieme alle sue affezionate caprette, a 34 si impone decisamente come la nuova “femme fatale” del rock’n’roll.
Articolo del
22/06/2004 -
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