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Twilight Singers feat. Greg Dulli
Twilight Singers (feat. Greg Dulli) live allo Spazio Boario/Villaggio Globale - Roma, 13 Febbraio 2004
Roma
13/02/2004
di
Fredo Cane
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Il popolo dell'indie-rock è accorso a frotte, l'altra sera allo Spazio Boario, per ascoltare l'intrigante doppio programma offerto dai Twilight Singers (nuovo progetto dell'ex-Afghan Whig Greg Dulli) e dai milanesi Afterhours. Leggermente inquartato rispetto al figurino che conoscevamo dai tempi in cui era uno dei "Gentlemen" della scena grunge, Dulli è stato il primo a salire sul palco, accompagnato dalla sua band ristretta (rispetto ai dischi) a basso, chitarra, batteria e tastiere. Fin dall'attacco, con il travolgente rock/soul di "Esta Noche" (tratto dal secondo album dei TS "Blackberry Belle") si è rivelato che tra i Twilight Singers e gli Afghan Whigs c'è meno distanza di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Si pensava, infatti, ad un set più intimista e lacrimoso; invece Dulli – quasi un Bryan Ferry per l’eleganza e per la sigaretta costantemente accesa - ha subito messo in chiaro che sua intenzione principe era quella di roccare e rollare in chiave black, divertire e divertirsi. “Teenage Wristband” e “Annie Mae” hanno mantenuto calda l'atmosfera, fatto ballare le migliaia di kids assiepati (anche se verosimilmente la maggioranza di loro era lì per gli Afterhours) e dato la possibilità di apprezzare uno strumento che di fatto è stato la vera star dello show: la voce di Dulli, che è e resta una delle più formidabili in circolazione - almeno in ambito rock. Forte e calda, pastosa e connotata in maniera evidentemente "soul", la voce di Greg Dulli porta a definire il suo possessore come un vero “Marvin Gaye” del rock indipendente (non più grunge, quel periodo sembra definitivamente sepolto, e peraltro accostare gli Afgan Whigs ai Nirvana è sempre stato un esercizio un po’ fantasioso). E una piccola nota di merito va anche al chitarrista Jon Skibic, mai banale nei suoi fantasmagorici assoli. ------- Nel corso del concerto, durato poco meno di un’ora compresa un’interruzione di un quarto d’ora causa malore di una spettatrice, arrivano anche "Decatur St." e "Martin Eden"; e c’è spazio per un duetto con Manuel Agnelli degli Afterhours - su "Black Is The Color Of My True Love's Hair", già nota nella versione di Nina Simone - confronto da cui il cantante milanese esce maluccio, un po’ come un amatore a cospetto di un professionista vero, e per una superlativa esecuzione rockeggiante di “Hey Ya” degli OutKast che la platea tutta ha mostrato di gradire particolarmente, scatenandosi nelle danze. Citazione per “Jealous Guy” di John Lennon (a cui Greg prestò la voce nel film sugli albori dei Beatles "Backbeat") e per i sempre amati Afghan Whigs, poi Dulli e soci si ritirano, lasciando la scena agli Afterhours e alla loro (iniziale) cover della “Canzone di Marinella” di De Andrè. E’ durato poco, ma è abbastanza per farci dire che Greg Dulli è tornato. Se ne sentiva la mancanza (di un vocalist così).
Articolo del
16/02/2004 -
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