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Sono buone, anzi buonissime, le notizie che arrivano dal fronte Black Rebel Motorcycle Club. Volendo essere brutalmente sinceri ed obiettivi, la verità è che non ci voleva molto a tirar fuori dal cilindro qualcosa di meglio dell’epocale disastro intitolato The Effects Of 333: una ratatouille strumental-ambient-noise (e chissà che altro ancora), in cui l’unica cosa chiara e lampante era il coma artistico e creativo della band.
Si sono ripresi alla grande, sì, ma... ci vuole un po’ a rendersene pienamente conto. Beat The Devil’s Tattoo non è un disco facile, e la prima impressione è che i Black Rebel abbiano infilato nel calderone tutte le loro connotazioni musicali degli ultimi dodici anni (ivi comprese le divagazioni blues-country-gospel di Howl del 2005, svolta stilistica tuttora incomprensibile ai più) e rimestato senza un criterio preciso. Ma, un nanosecondo prima che il temuto “Ecco, ci sono cascati di nuovo” si formi nella mente dell’ascoltatore, tutto inizia a diventare più coerente, e i brani si animano di uno spirito rock’n roll, che era esattamente quel che mancava, ormai da anni, negli album dei BRMC. Finalmente, gli alternative rockers di San Francisco riescono ad ispirarsi, in modo credibile, ai Jesus And Mary Chain e ai Brian Jonestown Massacre, senza cercare a tutti i costi di sembrare identici a loro. Le voci uniche e sempre emozionanti di Peter Hayes e Robert Levon Been sono l’anima della musica dei BRMC - nel bene e nel male -, e anche questa volta imbastiscono diaboliche trame sonore, nelle quali si finisce per rimanere irrimediabilmente avviluppati, come nella tela di un ragno; Nick Jago, nuovamente in fuga verso le sirene della carriera solista, è stato sostituito da Leah Shapiro, che riesce a dare alla sua batteria un tocco femminile e malizioso davvero azzeccato. La chimica fra i tre questa volta è pazzesca, e ne viene fuori un album lisergico, intrigante, subdolamente gotico, a tratti intossicante.
Si comincia con l’ottima title track, già in rotazione da qualche giorno nelle radio rock, e in effetti una delle poche tracce a colpire nel segno fin dal primo ascolto, grazie al suo vischioso refrain semiacustico; l’altra freccia avvelenata all’arco dei BRMC è la successiva Conscience Killer, rock sporchissimo alla Stooges, chitarre febbrili nel finale.
Meno accattivante, ma non certo inferiore, il seguito: Bad Blood sa di rock britannico, l’incalzante War Machine di shoegaze, il demone degli anni ’90 non abbandona mai completamente i BRMC e ne abbiamo la riprova anche in Evol e Aya. Momenti quasi cantautoriali si affacciano in Sweet Feeling e The Toll, in contrapposizione al blues perverso proposto in River Styx. La lenta, acida e distortissima Half-State sigilla questo bel disco: speriamo che segni un nuovo inizio per questa grande band, che sembra essersi finalmente ritrovata.
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