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Che la ragazza avesse talento ce n’eravamo accorti già nel 2007 recensendo, sempre per conto di “Extra! Music Magazine”, Saltbreakers il suo penultimo lavoro in studio, e riascoltando i suoi precedenti lavori, a partire dal suo album eponimo uscito nel 1999. La trentaseienne Laura Veirs è un’artista fuori dai canoni per molti aspetti, e soprattutto per il suo aspetto fisico: occhialoni tondi da vista, sopra due occhi blu curiosi ma teneri, due trecce bionde quasi da scolaretta, a incorniciare un sorriso sincero, limpido, senza tracce di malizia. Con un aspetto tutt’altro che da diva da copertina insomma, la Veirs è invece quello che dovrebbe essere: un’autrice e cantante di canzoni, dal tocco morbido, capace di piccole preziose visioni, di melodie ariose e di racconti dal sapor magico e originale.
July Flame, il suo nuovo disco, è un ritorno alla sua vecchia etichetta, la Raven Marching Band Records distribuito dalla Bella Union dopo tre dischi pubblicati con la Nonesuch Records, e rispetto a Saltbreakers, l’ultimo con la ormai ex casa discografica, riesce a focalizzare ancora meglio i suoi caratteri salienti, magari rinunciando ad un po’ di ritmo e di corposità nel suono, ma segnando bene, quando non benissimo, un territorio personale, di una ricchezza e di una qualità notevoli, soprattutto nella composizione acustica con pochi ma calibrati strumenti. Decisivi comunque a questo proposito gli apporti della viola di Eyvind Kang, nonché quelli del solito Karl Blau e di Jim James dei My Morning Jacket, protagonista di diversi interventi vocali, tra i quali il bel duetto nella morbida chiusura, "Make Something Good", oltre che la presenza costante del batterista e polistrumentista Tucker Martine, produttore di sei dei suoi sette dischi, e al lavoro negli ultimi quindici anni con gente del calibro di Sufjan Stevens e The Decemberists. A sentire il primo brano I Can See Your Tracks, un misurato canto folk tra intrecci di chitarre acustiche e corde di nylon, ti aspetteresti un disco così, che si muove tra riverberi, piccole soffici inquietudini, da far spazzare via al vento. In effetti la misura acustica si rivela spesso buon approdo per la scrittura della Veirs, che preferisce spesso colorare i suoi brani con arrangiamenti essenziali da voce e chitarre, al massimo con qualche inserimento corale o backing vocal (come in Life Is A Good Blues) o qualche cambio di tempo (la tenerissima When You Give Your Heart, che nei chorus volge in una ballata in ¾). Ma in altri casi invece l’arrangiamento si complica e si arricchisce: le chitarre elettriche sostengono la title track, July Flame (riferimento ad una qualità di pesca, vista in un mercato a Portland, dove vive adesso la cantante nativa del Colorado), fino ad un finale in crescendo di slide guitar, archi e coro molto convincente. Un’atmosfera quasi harvestiana colora invece Sun Is King, con spazzole, pedal steel e un cantato malinconicamente ispirato che raccontano un quadretto sospeso. Se c’è una costante che Laura Veirs non ha perso nei suoi oltre dieci anni di attività, è la presenza costante di immagini quasi bucoliche, di racconti che respirano “natura”: dal “crazy wind”, al sole che appunto “is the king”, è il re (e perché se ne sta lì “a veder crollare il suo castello di carte?”), il “deep green river”, o ancora il fiume che canta (“In a green hallow where a river sings”), l’estate che è “the champion”, solo per citare alcune delle immagini che permeano letteralmente quasi tutte le liriche, le sue canzoni trovano negli elementi e nei nomi della natura protagonisti e scenari concreti, in una visione d’insieme che lascia spesso beatamente senza parole. L’approccio della band nei brani più d’insieme sortisce un effetto di vitale movimento e ritmo, come nel retrogusto swing di Summer Is The Champion, arricchita anche dai fiati, mentre tra i punti più alti c’è probabilmente la sinistra Sleeper In The Valley, con il “giovane soldato” solcato dalla luce e da due corvi, che si posano sui suoi due “red holes”, immagine fortissima con la quale la morte viene raccontata con una pennellata che avvicina la ferita sul corpo ucciso quasi ad una voragine sulla terra, un solco sopra un uomo come una ferita inferta al mondo. Splendido tutto l’arrangiamento, la linea melodica che si avvolge, gli archi a puntellare il finale in un’atmosfera quasi alla Neko Case. E’ vero infatti che, per quanto la Veirs mantenga una sua specifica cifra stilistica, per alcuni aspetti ci sembra di poter accostare alcune sue venature a quelle della rossa canadese (si senta anche Silo Song, soprattutto nell’intro di chitarra e nell’uso delle backing vocals), mentre in alcune modellature scarne potentemente folk si può accostare ad Alela Diane, una delle ultime e più originali folk singer del panorama indie americano (ma qui nel caso l’influenza dovrebbe essere vista al contrario, con la bionda cantautrice di stanza a Portland che potrebbe aver influenzato il fresco talento della giovane Alela). Little Deschutes colpisce per l’uso quasi spettrale del pianoforte ad accompagnare una voce dall’eco profonda, che trova respiro in un chorus segnato anche dall’ingresso dell’hammond e poi di un solo di chitarra elettrica, e per la capacità visionaria del testo “Non voglio altro di più/ che ballare con te”, caricato dall’uso di un microfono bullet o di un effetto “distorto” di grande suggestione, mentre il gioiellino assoluto è probabilmente Where Are You Driving?, con intro di viola, e un accompagnamento alla dobro molto asciutto, per un cantato che cerca e trova splendida (ri)soluzione in chorus tanto breve quanto incisivo.
Insomma, non è più una sorpresa questa Laura Veirs, ma ormai una solida certezza. C’è da fidarsi.
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