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La musica non è morta il 3 febbraio del 1959 come cantava Don McLean in American Pie. E' viva e vegeta, cinquant'anni più tardi. I Mumford & Sons sono come un fuoco scoppiettante in un inverno rigido, sono il collettivo che, grazie alla semplicità delle loro note e l'emotività che ne traspare, con questo Sigh No More ha ridato linfa alla scena folk un po' troppo irrigidita dal pur bellissimo album dei Fleet Foxes.
Formatisi nel 2007, dopo aver militato in altre formazioni, Marcus Mumford (voce, chitarra e batteria), Winston “Country” Marshall (chitarra e banjo), Ben Lovett (organo e tastiera) e Ted Dwane (contrabbasso) si uniscono per formare un suono che trova le radici nel rock di Crosby, Stills, Nash & Young e dei più recenti Okkervil River, aggiungendo a queste il loro impeto giovanile e la loro spiccata vitalità. Markus Dravs (già in studio con gli ultimi album di Coldplay, Arcade Fire e Maccabees) ha lavorato molto sull'intimismo di questi ragazzi, riuscendo a trovare un filo conduttore al loro lavoro: produrre musica “onesta” perché vera e semplice. Non cercate la pietra filosofale in questo lavoro, perché non la troverete: sarete persi in un vero romanzo di formazione di quattro ventenni alle prese con l'amore e la speranza. Le note tenui dell'iniziale Sigh No More vengono spazzate da un crescendo corale sulle parole di Shakespeare, dove fiati e banjo fanno da biglietto da visita al quartetto britannico: vi è inscritto a lettere cubitali che non sono qui per autocommiserarsi, ma per cantare della vita con il piglio di ragazzi che ci credono ancora. Lo schema viene ripetuto in The Cave, dove il docile fingerpicking ci richiama ad uscire dalla caverna delle disillusioni con un'esplosione sonora alla Okkervil River. Ballate oscure come Twistle And Weeds e White Blank Page sono piccole gemme di songwriting e intensità, mentre Winter Winds e Roll Away Your Stone mostrano il lato più chiaro della personalità della band, che si trascina alla ricerca della propria maturità senza prendersi troppo sul serio, lasciandosi andare in giochi musicali degni del Delta del Mississippi. Little Lion Man parla da sé, da qualche tempo in onda nei maggiori circuiti radiofonici, è un'iniezione di testosterone nel padiglione auricolare, una cura per rialzarsi dopo una cocente delusione d'amore. Le murder ballads hanno regalato momenti d'intensità impareggiabili nella tradizione folk americana e la loro Dust Bowl Dance è un esempio di delicatezza e rabbia nello stesso momento, dove l'uomo si trova solo di fronte al proprio tempo. Le dita che scivolano sulla chitarra nella seguente e finale After The Storm, ricercano invece la forza e la fierezza interiore e portano l'ascoltatore nell'erba umida del cammino oltre la collina dei nostri giorni peggiori, per pensare ad un futuro migliore.
Molto spesso una next big thing nata nella terra d'Albione è solo fumo negli occhi destinata a dissiparsi in poche apparizioni. Questa invece è la prova che ciò che conta per chi ascolta è trovare ristoro in una musica che gli appartiene, perché fatta della stessa materia per cui la vita è stata creata: semplicità, passione, impeto e un pizzico di malinconia.
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