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“It's the first day of spring /And my life is starting over again /The trees grow, the river flows /And its water will wash away my sins”. La primavera reca simbolicamente un raggio di speranza, il lento risveglio da un periodo buio è segnato dai rintocchi solenni di un tamburo e la malinconia del violino, l'atmosfera è sognante e pacata. “The First Days Of Spring” è la traccia introduttiva dell'omonimo album di Noah And The Whale.
Il precedente disco di debutto intitolato “Peaceful, The World Lays Me Down” ha avuto un discreto successo nel Regno Unito nel 2008, soprattutto con il frizzante singolo “5 Years Time”. A distanza di un solo anno le dinamiche del gruppo folk di Twickenham, sobborgo di Londra, sono cambiate fino a sconvolgerne la produzione musicale. Pare proprio che il dolore stimoli la creatività, ed in questo caso si parla della separazione tra il leader Charlie Fing e Laura Marling. La cantautrice folk, oltre ad essere sentimentalmente legata a Charlie, era parte integrante del gruppo, ma poi ha deciso di allontanarsi dal progetto di Noah And The Whale e dal suo leader per avviarsi in una carriera da solista. “The First Days Of Spring” è frutto di tutti questi cambiamenti: una bellissima dichiarazione d'amore per una storia finita, per un legame interrotto, per un tempo ormai passato caratterizzato da canzoni più allegre e ritmate come “2 Atoms In A Molecule” o “Jocasta”. I Noah And The Whale amano definirsi post-grunge folk, anche se con l'ultima produzione si avvicinano a un pop-folk più sognante, e al twee di Belle And Sebastian. Ma risulta davvero troppo semplicistico connotare questa band con delle etichette prestabilite. I cambiamenti prodotti in questo secondo album dimostrano che lo spazio musicale in cui si muovono è ampio, pur mantenendo una linea creativa riconoscibile, alla cui base si riconoscono influenze e somiglianze con Neutral Milk Hotel, Okkervil River, I'm From Barcelona e Fleet Foxes. Le linee direttive di “The First Days Of Spring” si riconoscono in “Hold Me Hand As I'm Lowered”, ultima traccia del primo album: alle note dolci e placide si aggiunge un velo di malinconia e nostalgia, i testi e i titoli fanno riferimento all'amore perduto, musica e temi sono così intrecciati tra loro da disegnare in pratica un concept album. In “Our Window”, seconda traccia, tra la chitarra acustica e il ritmo di un triangolo unito alle note acute del pianoforte, Charlie descrive poeticamente la fine della sua storia. “I don't think that it's the end/ but I know it can't keep going” ripete alla fine in un crescendo di dissonanze melodiche alla Wilco, richiamando le parole della nona traccia “Blue Skies”. “I Have Nothing” è un'altra poetica e romantica ballata connotata dal ritmo veloce della chitarra e un coro di sottofondo; Laura sarebbe stata la controvoce perfetta nel ritornello “I need your life in my life”. La malinconia di “My Broken Heart” viene stemperata dal ritmo più serrato della chitarra elettrica e il suono di alcune trombe che si alternano al violino. A questo punto entra in gioco la novità assoluta: “Instrumental I”, traccia del tutto strumentale e orchestrale, introduce l'allegra e spumeggiante “Love Of An Orchestra” in cui interviene un vero e proprio coro d'orchestra, e la musica da camera si alterna con quella della band in un inciso coinvolgente, tra i più signficativi dell'album. A seguire “Instrumental II” riporta l'animo su toni più mesti, ma nel finale di “Stranger” si insinua una vena ottimistica (“you know in a year it's gonna be better”) che trova piena espressione in “Blue Skies”, il singolo meglio riuscito dell'album, il più coinvolgente. Il cielo azzuro e luminoso della primavera prende spazio, “I'll do anything to be happy/ Oh cause blue skies are calling/ But i know it's hard”, le sonorità si fanno più luminose e calde.
Charlie Fing ha riversato in questo lavoro tutti i suoi sentimenti, in bilico tra il dolore e la delusione per la fine di una storia e la voglia di rinascere a nuova vita e reagire, soprattutto con la propria musica. Si tratta di un album intenso in ogni sua parte, dalle struggenti ballate, all'introduzione e l'esuberante contaminazione con la musica orchestrale, in cui non si può non riconoscere un parallelo con le composizioni di Sufjan Stevens, in bilico tra folk e chamber music. Negli ultimi anni è sempre più forte l'influenza di un folk revival nella scena indie dagli Stati Uniti al Regno Unito, e i Noah And The Whale ne sono un brillante esempio. La band di Charlie Fing si evolve e sviluppa nuove tendenze con questa seconda uscita discografica, lasciando sperare nella realizzazione di nuovi promettenti lavori.
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