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Purtroppo la realtà, o meglio la “reality”, è inoppugnabile: David Bowie ha inciso e pubblicato un altro, ennesimo, disco di routine, che nulla aggiunge e nulla toglie ai fasti passati del “Duca”. Un apparente ossimoro, quello del “Bowie routinario”, in totale contrasto con le ragioni che negli anni hanno spinto tanti appassionati a diventare dei bowiani sfegatati: la meraviglia, l’eccitazione di vedere quest’artista reinventarsi ad ogni appuntamento discografico, indicando nel contempo nuove originali chiavi con cui approcciare la musica rock. Riassumendo: tra il 1970 e il 1980 Bowie non ha sbagliato un colpo, muovendosi con estrema classe e perizia tra rock’n’roll, glam, soul bianco, elettronica, teatro d’avanguardia, canzone d’autore francese e music-hall britannico, lasciandosi alle spalle una pletora di imitatori e ispirando svariate generazioni di musicisti. Per vari versi interessante fu l’esperimento funky-rock di “Let’s Dance” (1983), che diede a Bowie, per la prima volta, notorietà e vendite di calibro planetario; il che rese anche perdonabile il mediocre seguito “Tonight” (1984). Fu solo con “Never Let Me Down”, l’LP dell’87, che i fans di Bowie iniziarono seriamente a dubitare del loro idolo: canzoni sovraprodotte e inconcludenti, da vero “dinosauro” del rock, parzialmente riscattate grazie al teatralissimo e molto kitsch tour “Glass Spider”. Epperò, con la creazione della band Tin Machine, a parole ispirata al rock rumorista dei Pixies e di Steve Albini, parse aver smarrito del tutto la bussola (e il Bowie barbuto e schitarrante di quel periodo costituisce un altro ragguardevole ossimoro). Andò un po’ meglio con il pieno di cover “Black Tie White Noise” (1993) e, soprattutto, con il minimalista “Outside” (1995), un esperimento a cui, chissà perché, non ha più dato seguito. Preferì buttarsi nell’assurdo drum’n’bass di “Earhthling” (1997) forse il suo peggior disco di sempre, per poi decidere di tornare sul pianeta Terra con “hours” del 1999. Proprio quell“hours” rappresenta il miglior punto di partenza per capire quanto il Bowie di oggi si sia umanizzato e, in qualche modo, tristemente “normalizzato”, come una rockstar qualsiasi di mezz’età senza più grosse pretese di indicare la via. In quell’album, Bowie, per la prima volta, “rifaceva Bowie”, e nulla più. E’ ciò che è accaduto anche lo scorso anno, con “Heathen”, per il quale ha riconvocato nientemeno che il suo vecchio produttore dei tempi “glam” Tony Visconti, e che si ripete (ancora con Visconti dietro la consolle) in questo “Reality”. L’unica differenza è che, mentre per “hours”, il rimando era al periodo “Aladdin Sane”, qui Bowie pare rifarsi alle sonorità di “Lodger” e “Scary Monsters”, oltrechè, negli episodi meno riusciti, al sound “pienotto” di “Never Let Me Down”. Esemplare è il vigoroso singolo, nonché brano di apertura, “New Killer Star”: linee di chitarra alla Adrian Belew, almeno quattro motivi melodici che si alternano e più di una strizzatina d’occhio alle radio commerciali. Molto (fin troppo) bowiano, se non fosse che il chorus centrale è un plagio fin troppo evidente del vecchio hit “Jeopardy” della Greg Kihn Band. L’attesa cover “Pablo Picasso” dei Modern Lovers di Jonathan Richman delude in quanto Bowie spinge sull’acceleratore e sovrappone molteplici strati strumentali, laddove la bellezza dell’originale risiedeva nell’atteggiamento “cool” e nel minimalismo di Richman e soci. Poteva essere una sorta di nuova “It’s Hard To Be A Saint In The City”, la sinuosa cover di Springsteen che Bowie realizzò nei primi anni ’70, e invece ci ritroviamo con un banale heavy-rock che ci fa tornare a gambe spiegate alla versione del buon Jonathan. “Never Get Old” e “Looking for Water” sono entrambi due sguaiati rockers; e quando Bowie inizia a diventare sguaiato è sintomo che qualche problemino in fase creativa ce l’ha. Si svolge senza centrare alcun bersaglio la lenta riflessiva “The Loneliest Guy”, mentre la seconda cover, tributo al defunto George Harrison, è uno degli episodi più incomprensibili del disco: in fondo, “Try Some Buy Some” non era proprio una gran canzone, tanto è vero che Harrison l’aveva ceduta, all’epoca, a Ronnie Spector moglie di Phil. Di gran lunga meglio la title-track “Reality”, altro buon pezzo radiofonico a ricalco di “New Killer Star”. Assolutamente desolante, invece, la conclusiva “Bring Me the Disco King”, una lunga escursione jazzata: non avrebbe mal figurato su un disco di Sting, il che fa ben comprendere l’orrore provato dal bowiano D.O.C. A cui resta, per consolarsi, la ballata per chitarra e voce (nonchè, purtroppo, sovraincisioni varie e diverse) dal titolo “Days”, che per una volta ci dà modo di ascoltare un Bowie libero dall’autoimposta esigenza di suonare “alla Bowie”. Brano anomalo, “Days”, che dà l’impressione di essere stato composto in una giornata di relax al lago artificiale di Central Park, invece che in sala di registrazione sotto la pressione di dover pubblicare un disco in grado, per l’ennesima volta, di “rinnovare la leggenda”, qual è in fondo “Reality”. ------------ Altro giro, altra delusione, quindi. E se recensori velinari delle major e bowiani senza se e senza ma con il prosciutto sulle orecchie proveranno a convincervi che “Reality” rappresenta l’atteso “ritorno alla forma” di David Bowie, restate scettici e in attesa, tanto tra dodici mesi o giù di lì questo CD lo si troverà già in vendita in offerta a metà prezzo. Vogliamo scommettere?
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