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Dopo i soporiferi esperimenti da cantautorato vecchia maniera di "Wilderness" (2008), l’ex Suede Brett Anderson torna dopo poco più di un anno portando con sé una ventata di novità e lo sbandierato proposito di spazzare via l’eredità della seminale band britannica da lui comandata. Scelta, questa, resa ancor più evidente dalla decisione di abbandonare tutto il repertorio dei Suede nei concerti e di farsi affiancare, in fase di scrittura e produzione dei nuovi brani, da Leo Abrahams, il quale vanta nel suo curriculum collaborazioni di tutto rispetto con, tra gli altri, Brian Eno, David Byrne e Starsailor.
Le differenze con "Wilderness" si palesano già nelle prime due tracce, tra l’atmosfera sospesa nei dolci rintocchi pianistici di “Hymn” e l’arrangiamento vagamente scozzese che sorregge l’arpeggio acustico di “Wheatfields”. La scrittura, probabilmente anche grazie all’apporto di Abrahams, appare più variegata rispetto al recente passato, come dimostra anche la terza traccia “The Hunted”, la quale, pur essendo nella linea melodica il brano maggiormente legato al classico “stile Anderson”, riesce ad essere ugualmente accattivante nel suo arpeggio di chitarra elettrica che trova sorprendente sfogo nel bridge vagamente post-psichedelico. Insomma, sembrerebbe che stiamo parlando di un capolavoro, della rinascita (o della consacrazione solistica) di un artista che sembrava ormai, irrimediabilmente, perso. In realtà le cose non stanno esattamente così, ed il calo appare piuttosto evidente già nel trittico di canzoni successivo. Una serie di ballate pianistiche di scarsissima ispirazione, che non riescono a spiccare in nessun modo il volo nonostante le apprezzabili esecuzioni canore di Anderson.
Con l’unica eccezione della splendida, straordinaria e sognante “Ashes Of Us”, senza dubbio il capolavoro di questo album, la restante offerta di "Slow Attack" presenta una serie di polpettoni mal digeribili, che deludono non poco considerate le premesse dei primi brani. Chi si aspettava finalmente un album di qualità, un riscatto decisivo da parte di uno dei grandi eroi del brit pop, rimarrà certamente, e nuovamente, deluso. Perché i picchi raggiunti in passato da altri suoi illustri colleghi (si pensi agli eccellenti lavori di Damon Albarn ed alle perle sfornate da Graham Coxon) sono ancora lontani dall’essere raggiunti. E chissà fin quando le spalle di Brett Anderson saranno in grado di sostenere lo scomodo peso di un glorioso e, forse per sempre, sfumato passato.
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