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Al loro 2° album , i fiorentini Deadburger vengono ad imporsi come uno degli ensemble più validi e polimorfi dell’intera scena italiana. Già dalla scelta del nome (letteralmente: “hamburger di morto”, tratto da “2022: I Sopravvissuti”, allucinante film anni ’70 di Richard Fleischer nel quale si preconizzava una società “de-evoluta” totalmente dominata da uno Stato Assolutizzante e spietato), i Deadburger si pongono come essenza antagonista, sarcastica coscienza critica di una società occidentale (quella del cosiddetto “capitalismo selvaggio” , o meglio “turbocapitalismo” nella definizione di Edward Luttwak riportata nello splendido booklet del disco ), che ha ormai perduto qualsiasi traccia morale e senso pieno della vita. Se la gran parte delle bands attuali (si pensi a certi poseurs pseudo-anarco-punk da baraccone mediatico) si limita a retoriche e imbecilli invettive anti-sistema, i Deadburger non hanno paura di colpire duro . Nel loro precedente cd , per fare un esempio, c’era un brano dove una nota azienda petrolifera USA veniva dipinta non per i suoi “meriti” commerciali , ma per il tremendo dissesto ambientale che ha prodotto sul territorio del delta del Niger , prima oasi naturale assolutamente incontaminata:” piogge acide, malattie della pelle, foreste di tubature, bambini che non hanno mai visto le stelle , perché da quando sono nati c’è sempre stata una coltre di fiamme e fumo a coprire il cielo” Un gruppo che, come questo, sa aprirci gli occhi su realtà spesso occultate e manipolate dai media, va assolutamente rispettato. Dal punto di vista strettamente musicale; partendo dal concetto “storico” di psichedelia (musica come forma d’arte “totale” e mind- expanding), i Deadburger elaborano uno stile multiforme e estremamente vario che ha l’obiettivo dichiarato di sorprendere in continuazione l’ascoltatore e di farlo così meglio “compartecipare” allo svolgimento del brano . Forme della canzone d’autore(“110 Giorni”), splendidi passaggi jazz rock (“Electroplasmi”), trame elettroniche, citazioni kraftwerkiane, incubi post-rock, aperture notturne, scarne tracce di pop obliquo alla Wire, inserti orientaleggianti memori dei primi Tuxedomoon e tantissimo altro convivono nelle 14 tracks del disco (e spesso in uno stesso brano). Il risultato è assolutamente apprezzabile. I Deadburger non annoiano mai e ci aggrediscono in continuazione con le loro provocazioni /acculturazioni verbali e musicali. Un disco da ascoltare, riascoltare, leggere e rileggere , sempre sorprendente. Da segnalare tra gli ospiti Roy Paci, Andrea e Gionata Costa (Quintorigo) e Odette Di Maio (Soon).
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