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I Kasabian nascevano nel 2004 con l’omonimo disco, dando al panorama britannico un nuovo fenomeno su cui riflettersi. Il progetto si impose per caparbietà, forza eversiva dei suoni e un’indiscutibile vena creativa situata nel DNA della band, primo su tutti Sergio Pizzorno, un piccolo grande orgoglio di cui andare umilmente fieri. Detto questo, a cinque anni circa dal loro meritevole debutto, "West Ryder Pauper Lunatic Asylum" porta con se la responsabilità più difficilmente gestibile in musica: confermare. Molti cedono al secondo disco (The Darkness), molti nascono al secondo disco (Genesis), molte band prima di darsi una forma definita, o più semplicemente fissare una propria riconoscibile grammatica espressiva, impiegano anni ed anni. Questo fortunatamente non ha a che vedere con il nostro caso, poiché, dopo tre anni d’attesa da “Empire”, la band torna alla grande con un lavoro ricco di spunti interessanti. C’è un ottimo songwriting, molte idee valide, riff orecchiabili, sound coinvolgente e una ricerca ossessiva di qualcosa che c’è e non c’è: parlo dell’innovazione. Ma dopotutto provarci è già tanto, no?
L’album inizia violentemente, diretto, tagliando tutto e tutti con il riff d’entrata e con un beat assolutamente vincente (molto a che vedere con l’universo UK, Stone Roses e quant’altro). “Underdog” è probabilmente il miglior modo con cui i Kasabian potevano aprire il disco: un connubio tra Indie-Rock, Alternative, Elettro-Rock. Le linee vocali vanno inequivocabilmente a coagularsi nel più riconoscibile stile “english”, fortemente influenzate da tutto quello che nacque a Liverpool e si riscoprì a Manchester. In seconda posizione “Where Did All The Love Go”, più rilassata e morbida, con qualcosa di malinconico nel ritornello, con qualcosa di già sentito nella strofa. Ma mi piace molto il discorso orientaleggiante che qui e là soggiace nel disco, uno dei tocchi più personali. E’ invece molto interessante “Swarfiga”, specie per una ritmica che lì per lì colpisce: qualcosa in più e si parlerebbe di drum and bass. Il pezzo è strumentale, trascinante e monotematico, dalle arie e i sottofondi lisergici, psichedelia più movimentata del solito. Spezza invece “Fast Fuse”, un ottimo episodio molto rock ‘n’ roll, senza perdere quel tono acidulo che biologicamente contraddistingue certa musica inglese, per lo meno da trent’anni a questa parte. Il riff è tra i migliori dell’album, abilmente inframezzato da digressioni dove il mixing gioca un lavoro fondamentale. Per ora funziona tutto eccellentemente. Funziona ancora meglio quando arriva un evocativo movimento d’archi a distendere, reintrodurre e colorare. “Take Aim” si apre così, avanzando poi in una ritmica incalzante, senza violare i modi minori che qui padroneggiano. Sesta canzone è “Thick As Thieves”, un po’ sotto la media del disco a dire il vero: niente che non vada a livello compositivo, ma abbastanza fuori dalle righe in un disco che sa di qualcos’altro. Tra l’altro di ispirazioni i Kasabian ne hanno molte (chi non ne ha, per carità), ma qui la band gioca un po’ troppo visibilmente a “fare gli Oasis”, il che inevitabilmente toglie qualcosa. Tornando sui propri passi ( indebitandosi ancora qui e là con i fratelli Gallagher), “West Rider Silver Bullet” propone una marcetta per niente spiacevole, almeno in vista delle mirabili arie orientali che effettivamente danno molto al pezzo, esplodendo definitivamente sui 4.20. Qui i Kasabian stanno facendo qualcosa di bello. “Vlad The Impaler” riporta alla memoria uno dei motivi per cui questa band inizialmente stupì: la potentissima componente ballabile dei propri brani, mista ad un’orecchiabilità del tutto. Il pezzo è forse qui il più conforme ad una tendenza dance, e probabilmente piacerà parecchio nelle discoteche di un certo tipo. Poco originale è invece “Ladies And Gentlemen (Roll The Dice)”, piacevole sì, ma inutilmente melensa. Stiamo per finire e il disco va ad alti e bassi (più i primi a dire il vero). Un ottimo esempio “Made In Kasabian” di pezzo tranquillo ma funzionante è “Secret Alphabets”, confortevole e accattivante allo stesso momento, con riuscitissimo connubio tra beat profondi e sonorità acustiche, fortemente aiutato dai contrappunti di synth. Piace molto il sospirato; piace molto l’atmosfera da palpebra calante. Di “Fire” è stato invece girato anche il video. Che sia un omaggio ai Doors voluto o meno rimane una questione aperta, ma nella strofa c’è un forte surrogato morrisoniano, troppo riconoscibile, e fa riflettere. Il resto del brano si apre piuttosto bene, impennandosi ogni qual volta emerge il ritornello. In ultimo luogo ci aspetta una “Happiness” che vuole emozionare, con un andamento molto pop, ritmiche esili, toccante ma ancora una volta un po’ troppo “facile”.
A conti fatti il nuovo disco dei Kasabian funziona molto bene per quanto riguarda la sua prima metà, poggiandosi sull’ottima “Underdog”, continuando a tratti bene, sperimentando atmosfere distese ed oniriche, e poi però a tratti propinando roba già ampiamente masticata e rimasticata. Indubbiamente si tratta di un buon disco, adatto specialmente per gli amanti delle ibridazioni in musica. Purtroppo nel suo complesso "West Ryder Pauper Lunatic Asylum" contiene tracce che rompono una certa tensione positiva, abilmente costruita nel resto del disco. Un peccato veniale che, anche per chi come me ama il pelo nell’uovo, non rovinerà un bell’esperimento.
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