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E' già da qualche anno oramai, e precisamente dal 2006, che buone parole vengono spese per gli Xx. Nessuna critica negativa, attualmente, potrebbe essere mossa a Oliver Sim (voce e basso), Romy Madley-Croft (voce e chitarra), Baria Qureshi (chitarra e tastiere) e Jamie Smith (beats, samples e produzione) a patto, però, di apprezzare il lato wave asciutto e scarno del pop più minimalista. Certo è che l'ascolto dei loro primi demo, su tutti "Blood Red Moon" o "VCR", erano, in quel tempo, meravigliose sonate al chiar di luna, due perle che nella loro contemporaneità si presentavano anacronisticamente diverse da tutto ciò che circolava in pista e fuori dalla pista, a casa e fuori casa.
Addio giorni di sole. L'omonimo album degli Xx (Young Turks, 2009) è elegante, molto semplice (nel senso più nobile del termine) e porta in spalla l'atmosfera rarefatta di un romanticismo lirico piuttosto "piatto" che alla lunga rischia di stufare implodendo su se stesso. Intendiamoci, i ventenni in questione studiano tutti e quattro alla Elliot School of Music di Londra che non è, poi, uno di quei posti per ottusi ma che anzi può vantare di aver avuto fra i banchi allievi "modello", scolari che rispondono al nome di Kieran Hebden, Hot Chip, Adem e Burial. Nonostante, dunque, l'obbligatorietà di un'età da citazione coattiva, l'impasto che il quartetto inglese riesce a produrre è, per certi versi, unico ma non pare, tuttavia, apportare qualcosa di significativo.
Veniamo, dunque, all'album. Le chitarre sembrano quelle dei Cure e le influenze che effettivamente anche loro attestano di avere si sentono parecchio. Dai classici del pop (la cantante, Romy, dice di stravedere, ad esempio, per Mariah Carey) possiamo rivolgerci ai Pixies, salutare gli intimismi alla Kills e concludere strizzando l'occhio agli andamenti eterei dei Cocteau Twins. I quattro giovincelli hanno ben ovattato, nella notte, gli stili r'n'b incorporando, in una propria particolare direzione, stereotipi strutturali da etichettare, però, come sforzi pigramente garage. Non ci sono punte di eccellenza ma è un disco dignitoso. Questo è il suono compiuto degli Xx. Godetene se è ciò che cercate. Ma altrettanto onestamente sappiate che, nel loro futuro, possiamo, fin da ora, escludere decisive sferzate espressive. Le migliori solcate dub sono proposte in "Crystallised" e "Fantasy", da considerare come i pezzi più riusciti dell'album. "Islands" si libra, pacatamente, nel pop più sognante. "Infinity" e "Night Time" propongono le migliori vocalizzazioni tra Oliver e Romy che, in ultimo, culminano in un movimento frustrante e ipnoticamente trance. E se Romy Madley-Croft parrebbe desiderare la voce della beneamata Mariah, in "Shelter", pezzo dal taglio decisamente trip-hop, riesce, finalmente, a sfoderare tutta quella sensualità sognante che effettivamente, possiede. Il finale spetta a "Stars" che chiude l'album in un'aura, ancora una volta, intimista e crepuscolare.
Apprezziamo la complessità poetica, ma la sensazione è che, ultimamente, di tentativi spleen-wave più memorabili ce ne siano di diversi e di gran lunga superiori, vedi i Crystal Stilts o gli A Place To Bury Strangers. Probabile desiderio di rivincita albionica sui newyorkesi (forse). Fatto sta che a Londra le loro serate, al momento, sono quasi tutte sold out. Parafrasando benevolmente Baudelaire quest'album risulta essere (sin dalla copertina) "un giorno nero più triste della notte". Da ascoltare seduti e rigorosamente al buio; e senza nostalgia della luce attendete e annoiatevi.
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