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Mi sono appressato all'acquisto di questo triplo cd con molta diffidenza, e ciò per tre buoni motivi. In primo luogo, ho pensato alla classica operazione nostalgico-commerciale un po’ tristanzuola a cui, purtroppo, siamo ormai abituati, sulla scia dei vari "Greatest hits", "The best of" "The definitive collection" e compagnia cantando (è il caso di dirlo) di vecchi (in tutti i sensi) gruppi sciolti da anni, che hanno invaso il mercato negli ultimi tempi. In secondo luogo, devo confessarlo, non sono un fan sfegatato dei Led Zeppelin – che pure reputo fra i cinque-sei gruppi seminali del rock moderno – di cui riconosco la grandezza assoluta soltanto nei primi quattro album pubblicati (da "Led Zeppelin I" a "Led Zeppelin IV", che posseggo su vinile, su cassetta e su cd – non si sa mai!) Infine, avevo (e ho) nelle orecchie, negli occhi e soprattutto nel cuore i suoni e le immagini del leggendario "The song remains the same", insuperabile (credevo) film-concerto del 1976, che rappresentava gli Zep al massimo del loro fulgore. D'altro canto, dentro di me sentivo anche un piccolo barlume di speranza, in quanto sapevo che il cd che mi stavo portando a casa documentava il meglio di un tour americano del 1972, periodo top della band. Inoltre, avevo letto che il lavoro conteneva solo materiale dei primi menzionati quattro album, il che metteva comunque al riparo da brutte sorprese. Infine, si trattava pur sempre di un "live" – dimensione ideale dei Led Zeppelin – per cui, in cuor mio, speravo nel miracolo. E miracolo è stato! Il mio corpo è stato in pochi istanti scosso e poi travolto da suoni di bellezza assoluta, totale, senza alcun confine. Le emozioni hanno cominciato a trasudare senza pietà, con violenza, lasciandomi, dopo molti, molti, ascolti, completamente tramortito. Ascoltando per la duecentocinquantesima volta nella vita "Moby Dick" ho pianto ripensando al grandissimo Bonzo che ci guarda da lassù. Che musica! Si va dal recupero delle profondissime radici folk-blues della band ("Immigrant song"), a suoni orientaleggianti che si risolvono spesso nella più pura psichedelia (la torrenziale "Dazed and confused"); dallo stupore metafisico che ti travolge, per la duemillesima volta, ascoltando "Stairway to heaven" – che il piano "Fender Rhodes" di John Paul Jones rende ancora più bella di quella contenuta in "The song remains the same" –, alla furia devastante dell'hard rock più classico ("Heartbreaker", "Black dog"). La voce di Robert Plant, al massimo della sua potenza e purezza, non fa sconti e non lascia scampo alle emozioni. La chitarra di Jimmi Page ricama come al solito assoli inarrivabili e armonie che spaziano senza sosta tra i generi più vari della musica, dimostrando ancora una volta – qualora ve ne fosse stato bisogno – chi sia il vero caposcuola di almeno quattro generazioni di chitarristi rock-blues. Il tutto poggiato sulla solida, aritmetica e infallibile ritmica a prova di bomba del grande John Bonham e del poliedrico già citato J.P. Jones. Se poi si pensa che il lavoro è di trenta (30!) anni fa, la melting pot dei suoni risulta di una modernità addirittura clamorosa, e si configura come vera precorritrice di ciò che sarebbe avvenuto nei decenni successivi. Pensando alle varie band e bandette di sedicenti rockettari in circolazione, mi viene spontaneo - a costo di fare la classica figura del trombone nostalgico (ma vicino ai quaranta se po' fa'!) – consigliare caldamente ai giovani e giovanissimi fans di queste ultime l'ascolto di questo album (che renderei materia obbligatoria di studio nelle scuole di musica di tutto il mondo). IN-DI-SPE-NSA-BI-LE!
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