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“I tempi si stanno facendo duri? Le strade su cui viaggi sono tortuose? Ne hai avuto abbastanza del tuo vecchio? Sei stanco di restare al freddo? Fissa il tuo stereo, mettiti le cuffie, prima di esplodere...Wilco ti amerà, piccola”. Impossibile non amarli, Jeff Tweedy e i suoi Wilco, da 15 anni ormai grandi protagonisti dell’indie americano e capaci di sfornare anche nei momenti meno esaltanti e meno brillanti sempre dei dischi di qualità, coerenti, ben suonati e ben pensati.
L’attacco che abbiamo riportato in apertura è il primo brano, Wilco (The Song), nata quasi per scherzo e diventata invece un’ironica ma pungente mid time, dai toni distorti e dall’andamento ritmico e melodico incalzante, la premessa a questo nuovo disco intitolato significativamente Wilco (The Album), quasi a voler dire: ecco, questi sono i Wilco. Certo è che se la formazione messa su da Jeff Tweedy è praticamente la stessa di Sky Blue Sky, il lavoro precedente del 2007, è vero che stavolta sembra esserci un qualcosa in più rispetto a quel disco che pur mantenendosi su buoni livelli aveva lasciato un po’ di amaro in bocca chi si aspettava un album col botto, come seguito di quel capolavoro che era stato A Ghost Is Born, a sua volta seguito da un bellissimo live come Kicking Television. Jeff Tweedy, da sempre anima e leader dei Wilco, ( e prima ancora degli Uncle Tupelo da cui ha preso vita l’avventura dei Wilco) sembra essersi un po’ distaccato dalle atmosfere più rilassate di Sky, ed è in parte tornato a visitare territori pià ombrosi, o comunque più carichi di “drammaticità”. Le morbidezze da slide guitar di Deeper Down, ad esempio si stemperano in un arpeggio quasi scuor, in minore, e in una lirica sofferta: “deeper down, he felt the insult of a kiss”. Splendida poi tutto l’evolversi di One Wing, una dei pezzi più belli del disco sorretta da un riff insistito ma struggente di cinque note che si ripete per tutta la canzone, e da un drumming che mantiene gli incastri melodici e le parti soliste sempre a un passo da, ma mai oltre la banalità. Dal punto di vista della composizione e quindi dell’impasto musicale, i Wilco seguono la vena di Tweedy, e confermano il loro sound, che si mantiene quasi sempre sul solco di un’americana, tinta di venature country/folk, di qualche spruzzata pop, che non disdegna però di caricarsi di chitarre elettriche e di timbriche più solide e robuste quando serve. You Never Know e Sonny Feeling si muovono infatti su corridoi pop elettrici quasi solari, non proprio originalissimi ma di buona e contagiosa energia, mentre le qualità vocali e interpretative di Jeff Tweedy emergono sicuramente di più nei pezzi più disinvolti come la bella You And I (cantata in duetto con la bravissima Feist), e il calibrato gusto dei Wilco come band, sia nella composizione che nell’arrangiamento, si evidenziano in una ballata come Country Disappeared, quasi perfetta nel lamentoso cantato da “giorno dopo”: “Sveglia, siamo qui, è molto peggio di come temevamo. Non hanno lasciato niente qui, la campagna è scomparsa”. Va detto che al di là della vena compositiva e lirica del leader Tweedy, il gran merito dei Wilco è proprio quello di ritagliarsi una propria qualità stilistica, nella resa musicale, e nel disegnare con gusto le diverse sfumature, sia nei momenti più tirati che quando accarezzano lo spartito. Così al delicato pizzicare di Solitaire fa a contraltare lo sperimentalismo al limite del rumoristico di Bull Black Nova, condita da un ipnotico e martellante “pedale” pianistico, e da un noising quasi disturbante, oltre che da un testo che suggerisce una sceneggiatura noir con tanto di “sangue sul sofa”. Per poi trovare a metà strada tra le due tendenze una I’ll Fight, che si muove come una incantevole ballad ma dai ritmi sostenuti, evidenziando quella che è al momento è probabilmente la cifra artistica che meglio esprime il suono e l’ispirazione dei Wilco, con il suo ondeggiare melodico sporcato il tanto giusto di tinte melodiche decise ma mai mielose. Per chiudere poi, ancora con il chiaroscuro di Everlasting Everything, un sinistro, quasi beffardo, disilluso e un po’ cinico stralcio finale, “tutto ciò che è vivo deve morire, ogni palazzo costruito verso il cielo dovrà cadere/ non provare a dirmi che il mio amore senza fine è una bugia”.
Saluto e chiusura coraggiosa e liricamente intensa per un disco che senza la pretesa di far gridare al miracolo, anche dopo l’ennesimo ascolto tiene, e non vacilla. Buon segno, insomma.
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