|
E’ bene che, se ancora non l’hanno fatto, gli Editors si abituino presto all’idea di suscitare accese discussioni, perché i contrasti di opinione sulla band sono ormai all’ordine del giorno. E non solo per questo terzo album, In This Light And On This Evening. Il loro debutto nel 2004 (è dell’anno successivo il fortunatissimo singolo Munich) avveniva in un momento d’oro per le piccole band indie-rock di belle speranze e scarsi mezzi. Molte di quelle formazioni furono comete che sfrecciarono per pochi mesi nel firmamento musicale, per non farvi mai più ritorno. Gli Editors – assieme ad una piccola legione che comprendeva, tra gli altri, Franz Ferdinand, Killers, Interpol, Bloc Party, Maximo Park – sopravvissero al tramontare del trend del momento, diventando una delle band di culto per l’ascoltatore alternativo ma non troppo, quello che cerca musica di un certo livello pur restando nell’ambito di una certa commerciabilità. Chi, invece, non ne voleva sapere di siffatte ondate modaiole (dal 2000 in poi più puntuali dell’esattore delle tasse) sentenziò che gli Editors non facessero altro che copiare i Joy Division, e che lo facessero pure male.
Adesso, sarà doppiamente difficile che il quartetto di Birmingham riesca a scrollarsi di dosso questa etichetta, dato che In This Light And On This Evening ammicca in modo più che mai evidente ed esplicito a Ian Curtis & Co. Anzi, è probabile che gli Editors, non senza una vena di ironia, abbiano voluto fare una sorta di spensierato outing: ebbene sì, sarebbe il messaggio, ci ispiriamo ai Joy Division, vogliamo che la nostra musica somigli alla loro, e non ci vergogniamo affatto di dirlo. Grandi speranze, non c’è che dire: ma, come spesso avviene, gli Editors hanno suonato la fanfara prima di avere vinto la battaglia. Il risultato sono liti furibonde tra entusiasti e delusi/arrabbiati. Complessivamente, In This Light And On This Evening non si può certo definire un album pessimo, ma non convince e non dà assolutamente niente di quello che era legittimo attendersi. Una certa componente di rischio era costituita dall’annunciata decisione di rinunciare alle chitarre: il rovinoso declino dei Keane verso un pop che più piatto e rimasticato non si può, evidentemente, non ha insegnato nulla. Se gli Editors scampano al naufragio, è grazie alla presenza di qualche possibile singolo funzionante, e ai lampi del loro sound molto british che ancora affiorano qui e là, nonostante l’armata Brancaleone di synth, onnipresente in ogni singolo minuto del disco. In verità, l’unica che riesce veramente ad emergere è la title-track, interessante esempio di moderno indie elettronico, celebrazione di Londra come entità viva e pulsante. L’insieme farebbe pensare a un concept album, ma non è così, perché le tematiche successive si spostano su Dio, guerra e morte, rivelando crudelmente il grande limite degli Editors: le liriche, decisamente da rivedere. Sulla musica come sui temi, hanno cercato di fare il passo più lungo della gamba, e infatti hanno inserito orchestre in contesti inspiegabili, ballad (You Don’t Know Love) dove non c’entravano nulla, e infarcito di elettronica tutto il resto. Si salva qualcosa, sì, la compattezza di The Boxer, l’ossessivo ritmo di Eat Raw Meat = Blood Drool, la quasi ninna-nanna Walk The Fleet Road. Ma poco, veramente poco di tutto questo resta impresso.
Ora, lo status di rockstar a cui è assurto in breve tempo il frontman Tom Smith (pur non essendo un tipo che si esponga particolarmente), e la conseguente notorietà della band, possono anche giustificare un peccato di scarsa modestia. Peccato, però, per l’occasione mancata da una band che aveva qualcosa da dire.
|