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Arctic Monkeys
Humbug
2009
Domino
di Andrea Belcastro
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Gli Arctic Monkeys trovano l’America!!
Si, ma solo perché il nuovo, atteso, album Humbug è stato registrato nella terra scoperta da Cristoforo Colombo. Co-prodotto dal QOTSA, ex-Kyuss, Josh Homme, il nuovo lavoro della band di Sheffield è stato completato in giro tra i più prestigiosi studi americani, da Los Angeles fino al mitico Electric Lady di New York. Ovvero lo studio che Jimi Hendrix fece costruire a sua immagine e somiglianza nel 1968, e nel quale, purtroppo, completò solo alcuni brani del postumo First Rays Of The New Rising Sun. Dell’eredità hendrixiana, in realtà, nell’ultima fatica di Alex Turner e soci c’è veramente poco o niente, ed, al contrario di quanto affermato da altri avvenenti recensori, la tanto declamata rivoluzione sonora verso i lidi della new-psichedelia è ancora lontana da venire. A partire dalle prime due tracce, “My Propeller” e, soprattutto, il nuovo singolo “Crying Lightning”, che fungono da rispettoso tramite nei confronti del recentissimo passato indie-rock. Per farla breve, la pasta è sempre quella che ha caratterizzato la band nei due precedenti episodi, solo con qualche spennellata sonora in più e una leggera tendenza a rendere maggiormente variopinto la scenografia che sorregge i vari brani. Detto questo, “Crying Lightning” è un bel pezzo ruvido e dal refrain decisamente catchy (il che non è mai un male) e uno splendido lavoro al basso da parte di Nick O’Malley. Tutto il resto del disco viaggia veloce (neanche 40 minuti di musica) ma anche impalpabile nella maggior parte delle sue rappresentazioni compositive. Meritano elogio solo lo splendido respiro onirico e da classic ballad della seconda parte di “Secret Door” e il travolgente finale di “Dance Little Liar”, due piccole gemme incastonate in una corona di pezzi privi di mordente nonostante le vaghe reminescenze hard rock di “Potion Approaching” e “Fire And The Thud” o il riffone di “Pretty Visitors”.
Il futuro sembrerebbe più oscuro del previsto per gli Arctic Monkeys, perlomeno finché non troveranno la loro vera America. Per ora non meritano neanche i 30 euro che chiedono per vederli dal vivo.
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06/09/2009 -
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