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E’ arduo unire testi arguti e “intelligenti” ad una musica in grado di supportarli degnamente. In tanti ci hanno provato, in pochi ci sono riusciti. Per un Dylan od un Morrissey, rari esempi di artisti capaci di creare poesia in grado di reggere botta su carta, ci siamo sorbiti centinaia di They Might Be Giants, che dopo un iniziale calda accoglienza da parte del pubblico universitario sono caduti nel dimenticatoio, e che oggi non viene per nulla voglia di riascoltare, tanto inconsistenti e prive di sostanza musicale risultano le loro canzoni. Possibile che i Grandaddy, band proveniente da Modesto, California, oggi alla loro quarta prova su lunga distanza, siano una sorta di TMBG del nuovo millennio? Per lungo tempo, confessiamolo, si è avuta questa impressione. Saranno stati i testi furbetti di Jason Lytle, la sua voglia di giocare con le nostre menti evolute (?) ancora fresche di studi universitari, i giochi di parole, i frequentemente usati organetti circensi e tanti altri minuscoli dettagli. Poi, però (pressappoco all’epoca del secondo CD “The Sophtware Slump”) abbiamo realizzato che le analogie si fermavano alla superficie e ai pochi elementi sopraelencati. E che i Grandaddy, al contrario, possono vantare un notevole spessore, sorretti come sono dall’immensa tradizione melodica californiana ereditata da Beach Boys, Monkees e Phil Spector, che riescono sapientemente a filtrare attraverso una sensibilità “indie” anni ’90 alla Pavement e Flaming Lips. Con in più, ovviamente, le liriche divertenti e “intelligenti” del barbuto Jason Lytle, fortunatamente lontane dall’essere verbose ed irritanti come certo Elvis Costello post-80's. ---------------Lasciando da parte i vari “mind games”, l’ascoltatore si trova di fronte ad un disco melanconico, molto più dei predecessori, anche se non del tutto pessimista: come se, nel “Sumday” del titolo, Lytle tirasse le somme ed osservasse, con neanche troppo distacco, il baratro del 2003, e concludesse che in fondo (ma proprio in fondo in fondo) ce ne caveremo fuori, come al solito, armati di un po’ di santa pazienza. Rivelatoria, a questo proposito, è “I’m on Stand-By”, che potrebbe raccontare una storia dal punto di vista di un inutile dismesso PC di vecchia generazione, o essere una metafora sulla condizione umana, a seconda dei punti di vista. E sullo stesso tono procedono “O.K. with my Decay”, ma anche “Saddest Vacant Lot in the World” e “The Go in the Go-for-It”. Ma, aldilà del “concept”, che pure c’è, ciò che rende “Sumday” uno dei migliori dischi alternative dell’anno sono le strepitose soluzioni melodiche delle nuove canzoni dei Grandaddy: “El Caminos in the West” possiede un ritornello che non ci si riesce a staccare dalla testa per settimane e settimane; e lo stesso vale per “Now It’s On”, primo singolo tratto dall’album. Come non restare poi ammirati da un brano come “The Group Who Couldn’t Say”, storia di un gruppo di dipendenti di una società di assicurazioni che hanno vinto un viaggio premio e che dopo anni di lavoro maniacale (ri)scoprono le bellezze della natura. Leggete le liriche ed imparatele a memoria, è pura poesia. Con una melodia che, peraltro, ricorda parecchio una vecchio pezzo del cantante/autore losangelegno Harry Nillson, intitolata “My Old Desk”. Poi ci sono le canzoni più esplicitamente malinconiche, come la già citata “O.K. with my Decay”, e “Yeah is What We Had”. Se Brian Wilson fosse nato con 30 anni di ritardo e fosse stato sottoposto all’influsso di Pavement e Flaming Lips, forse avrebbe composto ed inciso materiale di questo tipo, al posto di “God Only Knows” e “Surf is Up”. ------------ Dovendo (anche noi) tirare le somme dall’ascolto di “Sumday”, possiamo affermare con un buon grado di certezza che, dopo il già convincente “Sophtware Slump”, con queste 12 canzoni, Jason Lytle ed i Grandaddy entrano nel ristretto novero della Serie A del pop/rock odierno e si lasciano definitivamente alle spalle la nomea di band “buona solo per i campus”. Non male per degli sfigati barbuti originari di un borgo depresso chiamato Modesto, non vi pare?
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