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Ricordo di aver visto i Prodigy suonare dal vivo sul palco principale dello Sziget Festival di Budapest tre anni orsono e di essermi detto sconsolato fra me e me: “questi sono veramente finiti”; ero sicuro di aver assistito all’ultimo sospiro esalato dalla (a suo modo) gloriosa band. Non c’era di che ballare, non c’era di che ascoltare, non c’era di che fomentarsi; in alcun modo, niente su cui poter campare oltre.
La notizia del loro ritorno in studio era apparsa quantomeno fantascientifica alle mie orecchie, lasciando perdurare nel sottoscritto una inenarrabile condizione di scetticismo. Ma si vive di curiosità e non avrei mai potuto evitare di ficcare il naso nell’autoumiliazione definitiva di Liam Howlett e compagnia. Il fatidico momento si è però rivelato positivamente insoddisfacente. Niente tracollo, niente suicidio collettivo, soprendentemente una manifestazione di rara e benefica energia; i vecchi punk-raver ce l’hanno fatta (in fin dei conti anche Keith Richards è ancora vivo, qualcosa si deve pur salvare, e solo i migliori se ne vanno prima), vesti stracciate e crape pelate si sono rimessi in moto; devono aver sentito odor di Lucozade e si sono tuffati a capofitto nella mischia senza spaccarsi il cranio. Il buon psicopatico Liam deve aver letto qualche libro sulla convinzione di sé e sull’importanza delle proprie origini; così ha deciso di tornare ad essere se stesso, di non lasciarsi ripulire dalla volgare patina della classifica pop, di liberarsi dei patemi generazionali, e sfruttare la tanto spesso vituperata e malconsiderata “esperienza”. La storia del big beat inglese prende dunque forma scomponendosi nei suoi nuclei originari: punk, dub, trance, techno; sintesi di rave music e successivamente stadium house, tutta anthem-oriented, dai KLF ai Leftfield passando per Orbital ed il nemico “Charlie”, è tutto “Fat of the” same “Land”. I due brani di apertura del disco sono roba che spacca assolutamente: la title-track è guerra agli alieni, ma niente a che vedere con i paciocconi inventati da Spielberg, siamo di fronte a un Mars Attacks che prende corpo in tutta la galassia; il singolo “Omen” potrebbe tranquillamente essere il vinile sconosciuto di una white label riesumato dalla valigia del primo Goldie; sono due tracce esplosive, dinamitarde, malignamente e perversamente giocose. “Thunder” è un fulmine jungle che rende la dub più paludosa dell’Agro Pontino e torna ai fasti di “Out Of Space”; c’è voglia di inni, di stadi da riempire. È il fuoco l’elemento naturale che distingue la band, la quale, mischiandone l’essenza al ferro, si trasforma in una devastante armata da saccheggio di adrenalina e ormoni. Dopo il passaggio dei primi tre brani i nostri istinti sono già prosciugati; i synth giocattolo e scanzonati sono il trionfo della spensieratezza coatta, pura dance anni ’90, ecstasy e “smile” contraffatti; un disco che lentamente va perdendo colpi, ma che lascia alla memoria una prima parte da cardiopalma: “Warrior Dance” (traccia numero 6 su 11) è praticamente l’ultima tappa, l’abbandono definitivo alla nostalgia e al ricordo del tempo che fu; siamo in piena second summer of love, dove vige un suono sporco e selvaggio, fiero della propria natura fallibile, colpevole e bestiale.
Un disco dedicato a quella tribù cresciuta nell’ombra di Pac-man, che si dimenava nel buio, mangiando pasticche, in fuga dai fantasmi della quotidianità ed incastrando il percorso dei neuroni in un angolo di ossessiva e ipnotica ripetitività. La frenesia sonora è mitigata dall’entusiasmo; lo spirito combat appare sano e vegeto, seppure un po’ datato e fuori l(u)ogo; uniamoci alla battaglia dei Prodigy, potrebbe essere l’ultima, ma il movente sembra più che valido.
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