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Qualcuno certamente si ricorderà che, negli ultimi sei-sette mesi, abbiamo seguito da vicino, in più di un’occasione, la gestazione del nuovo album dei Dinosaur Jr.; sia per l’importanza del gruppo nell’ambiente indie-rock, sia per l’estrema curiosità nel vedere cosa avessero combinato J Mascis e soci dopo solo due anni dallo splendido Beyond, che aveva, tra l’altro, segnato il ritorno ufficiale di Lou Barlow in formazione. La band di Amherst è diventata ormai una macchina macina rock, ma se da una parte questo aspetto ha fatto in modo che si venisse a creare una sorta di amalgama solidissima ed impeccabile, questa stessa precisione e pulizia sembrerebbe essere un’arma a doppio taglio. Certamente all’epoca della prima era Barlow ciò che colpì più di tutto era la sporcizia del sound, la varietà degli effetti ed una serie di strabilianti melodie pop incastonate in un muro sonico da far impallidire anche il più folle e visionario Phil Spector. Ecco, ora tutto questo è andato a farsi benedire in nome di un sound collaudato e fiancheggiato da una certa fiacchezza compositiva di Mascis, che non ha neanche il coraggio di farsi da parte per dare più spazio, in fase di scrittura, al sempre geniale Barlow evitando di relegarlo, ogni volta, alla composizione di un paio di brani da realizzare in altrettanti giorni (e chissà cosa verrebbe fuori se i due collaborassero in armonia!).
Da siffatte premesse è facile giungere alla conclusione che purtroppo questo Farm non è all’altezza del suo predecessore, e probabilmente è anche uno dei meno riusciti dell’intera discografia dei dinosauri. Non si tratta di un disco brutto però, questo è da mettere in chiaro; la qualità generale è, infatti, assicurata dal solido sound e dai micidiali assoli di Mascis, e non mancano in ogni caso tre o quattro zampate del fuoriclasse. In particolare “I Don’t Wanna Go There” è assolutamente un grandissimo pezzo, che si porta avanti per otto minuti e mezzo di grande furore ed epicità, tra riff orecchiabili e lancinanti e lunghissimi soli di chitarra, tanto che, dopo più ascolti, si può affermare con relativa tranquillità, che sia tra le migliori cose mai fatte da Mascis; una canzone poco originale, ma certamente grandiosa. I restanti brani si muovono tutti sulla sufficienza piena (anche se gli arrangiamenti sono davvero molto poco variegati) e gli unici punti anonimi sono attribuibili a pezzi come “Friends” e “There’s No Here”, e l’impressione generale, o una semplice curiosità ipotetica, è che con una maggiore cura in fase di scrittura, di registrazione (l’album è stato completato in due mesi nello studio casalingo di Mascis) e di arrangiamento si sarebbero potuti raggiungere risultati ben superiori. Godibilissime, invece, “I Want You To Know” dal riffettone efficace quanto il ritornello e “See You”, la canzone più rilassata e rilassante dell’intero lotto, che sfoggia una delicata melodia ed un eccelso lavoro chitarristico.
Come affermato dallo stesso Barlow, l’idea generale, quindi, è che si tratti di un lavoro messo in piedi con lo scopo primario di rimpolpare e rinvigorire gli show live con nuovi brani. E per rimanere in tema Lou Barlow, le due composizioni che ha preparato per Farm sono molto carine, ma di gran lunga inferiori alle due che ci aveva regalato su Beyond (e a parere di chi scrive, una di queste, “Back To Your Heart” era tra le migliori canzoni, in assoluto, del 2007). E da quel poco che si è potuto ascoltare in rete, forse è meglio concentrarsi nell’attesa del suo prossimo album solista, la cui uscita è programmata per il prossimo autunno.
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