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Dire che i Massive Attack rappresentano uno dei gruppi più innovativi ed accreditati nell’ambito del panorama musicale contemporaneo, lungi dal volersi unire al coro unanimemente entusiasta di consensi che l’uscita dell’album 100th Window ha prodotto nella stampa specializzata e negli appassionati, è se non altro un segno di riconoscimento, di dovuta considerazione nei confronti di una band che ha saputo coerentemente perseguire il proprio disegno musicale all’insegna di una direzione artistica d’avanguardia e di una consapevole quanto versatile sperimentazione. La “suspance”, la gestazione lenta e misteriosa degli album, gli interminabili periodi di attesa fra una pubblicazione e l’altra - a volte persino quattro anni - ce li fanno immaginare come avvolti da un alone di leggenda e tuttavia capaci di fondere la ricerca di un linguaggio non facile, con l’esigenza di raggiungere un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Cosa che ce li fa accostare - paragone non del tutto casuale e privo di attinenze - ai Pink Floyd degli anni ’70, mitici, favolosi, imperscrutabili, sebbene il contesto e la “musica” debbano essere considerati sotto angolazioni sostanzialmente diverse. Rimane tuttavia il fatto che i Massive Attack continuano a stupire per l’inventiva e la freschezza delle loro produzioni discografiche che, sia pur distanziate nel tempo, sembrano perseguire un disegno musicale ed espressivo in costante ed aritmetica evoluzione, impressione ulteriormente suggellata dall’uscita di questo nuovo album che, nonostante la defezione di DJ Mushroom e la momentanea assenza dagli studi di Daddy G Marshall (da intendersi, almeno lo speriamo, come “pausa di riflessione”), sembra aggiungere un ulteriore tassello al repertorio già di per sé vasto dei Massive Attack. Anzi, il fatto che 3D Robert del Naja sia rimasto ad oggi l’unico superstite della prestigiosa formazione che a partire dalla fine degli anni ottanta cominciò a suonare una sorta di visionario miscuglio fra hip hop, house, reggae, new wave, rock e techno non sembra avere ricadute negative a livello di creatività e di compattezza del suono, né sembra sminuire l’intelligenza complessiva del progetto, il gusto per l’esplorazione e la profondità del messaggio. 100th Window, al pari degli album precedenti, costituisce un episodio a se stante, integro ed autonomo in ogni sua parte, ma non per questo disgiunto dal contesto evolutivo globale della band, che è unificato da un filo conduttore comune, una specie di leit-motiv “tagliente ed intrigante” (come Robert del Naja ha avuto modo di definire la sua stessa musica) e diversamente stratificato, nel senso che ogni episodio musicale aggiunge qualcosa di nuovo e di straordinario alla trama, piuttosto che ripetersi ed indugiare nelle ambiguità. Né hanno senso le critiche di quei fan che sembrano rimpiangere la corposità calda ed incisiva dei primi lavori (Blue Lines e Protection), che scivola lenta e persistente su di un folto tappeto di suoni elettronici, basso e batteria. Quella corposità, così abilmente ottenuta dall’alternarsi delle voci maschili di Daddy G Marshall e Mushroom a quelle femminili di Shara Nelson (Blue Lines) e Tracey Thorn (Protection), viene ora gradualmente sostituita dalle atmosfere assolutamente eteree e rarefatte di “Mezzanine” del 1999, album che vede tra l’altro la partecipazione della cantante Elisabeth Frazer (dei Cocteau Twins) in coppia con Sara Jay. “100th Window” è dunque da considerarsi un po’ la continuazione ideale di “Mezzanine”, con la differenza che le chitarre, ampiamente utilizzate in quell’album allo scopo di creare sonorità ibride e spaesate, dal sapore dark, sono ora sostituite da una elettronica diffusa, tutta digitale, a tratti ruvida, a tratti espansa, che ha portato alcuni critici a parlare di “heavy chill-out”. Definizione pertinente, che rende l’idea di quanto importanti, innovative, originali e significative siano le uscite discografiche di questo gruppo che è stato classificato agli esordi come il progenitore, o meglio l’inventore del “trip-hop” e che adesso, a distanza di alcuni anni sembra voler imporre se non un nuovo “paradigma musicale” almeno un lavoro che sia in grado di indicare nuove prospettive e contenuti. Qualcosa di serio insomma, che trascende le solite strategie di mercato. In effetti ogni singolo album dei Massive Attack può essere contestualmente isolato dagli altri e considerato come una sorta di pietra miliare; ma il filo conduttore, a dispetto di ogni vana speculazione, sembra essere assolutamente identico a se stesso e coerente: cioè inconfondibilmente “Massive Attack”. L’originalità del marchio, dunque, colpisce ancora, soprattutto se si considera il fatto quasi paradossale che a formare la band è rimasta una sola persona: quel 3D del Naja in splendida forma artistica che sembra incarnare l’essenza stessa del gruppo. Un algoritmo produttivo che non ha minimamente eroso il suo fascino. Così da “Blue Lines” a “Protection” il sound diviene man mano più complesso, l’esplorazione della dance, dell’hip hop, del reggae, del rock e persino del drum & bass, all’insegna dell’ibridazione musicale e culturale, si arricchisce via via di elementi psichedelici ed orientaleggianti, sonorità naturali o sintetiche, voci umane, atmosfere dilatate, chitarre aliene: un’ambientazione di tipo quasi “cinematografico” e “post-moderno”. Ma vi è qualcos’altro che contribuisce a rendere 100th Window un’opera estremamente accattivante oltre che equilibrata nel suo complesso. Alle collaborazioni musicali ormai collaudate nel tempo (Horace Handy e di Nelle Hopper in primo luogo), si aggiunge ora la straordinaria novità della voce dolce ed suadente di Sinead O’ Connor. Nessuno avrebbe potuto immaginare che i Massive Attack sarebbero andati a ripescare questa cantante caduta un po’ nell’ombra per vie di certi suoi eccessi emotivi e di un carattere non sempre facile, anzi ruvido e scontroso. Anzi, dopo l’esperienza di Mezzanine, con l’eterea presenza di Elisabeth Frazer, che aveva fatto scivolare la musica dei Massive Attack verso ambientazioni di tipo interiore, inattesi quanto smisurati spazi spirituali, molti avrebbero ipotizzato una collaborazione con Bjork. Invece, la voce di Sinead è quanto mai commovente, autentica, espressiva e non meno impalpabile di quella di Elisabeth Frazer o di Bjork. Sinead O’ Connor canta in tre brani e ci regala momenti di inesplicabile tensione emotiva. Il brano introduttivo “Future Proof”, è sognante, carico di sospensioni ritmiche, di complesse stratificazioni elettroniche, di liquida spaziosità. “Everywhen” è un ferita lancinante; un riverbero senza ritorno. “Small Time Shot Away” si nutre di suggestioni cosmiche, ipnotiche. “Anti-Star” chiude l’album con un incedere discreto, orientaleggiante, a tratti epico. Le rarefazioni digitali che pervadono l’intera sequenza dei brani sembrano infine aver positivamente assimilato la lezione di Eno o di maestri come Silvian e Fripp. Anni fa, in un’intervista, i Massive Attack definirono la loro musica “un soundsystem in stile giamaicano”. Un termine che a distanza di tempo ci pare quanto mai appropriato a definire un tipo di musica che avvolge completamente l’ascoltatore, che lo provoca, lo seduce, lo ipnotizza, lo infiamma, lo trasporta in luoghi inaccessibili e lontani; una musica che plasma sonorità e ritmi all’interno di un flusso continuo ed insistente di sensazioni, umori e fantasie che conducono l’ascoltatore ai primordi dell’esistenza o al contrario in un futuro paurosamente cupo ed incombente. Da notare inoltre il concetto tutto programmatico di “soundsystem” ed ancora il nome assolutamente dissonante, iperbolico di “Massive Attack”, intriso di alienazione mediatica, di “blob cultura”, se così la si può definire. Pare che la band abbia scelto tale nome in occasione della prima guerra del Golfo, nel 1991: ironia della sorte, preveggenza politica o pura casualità? Ancora oggi in Inghilterra quando esce sulla scena un gruppo interessante ed innovativo si dice: “sono i nuovi Massive Attack”.
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