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Giunti al secondo lavoro in studio dopo il primo fortunato episodio, il quintetto dell’Essex conferma il proprio discorso in un album schietto, diretto, potente e connotato da quel minimalismo di razza che vige ormai incontrastato in grossa parte della scena inglese. Inutili i discorsi di rito su quanto è stato preso da chi, alla luce delle straripanti influenze, dal post-punk alla dark wave, passando attraverso il rock sperimentale d’avanguardia, elettro-indie e quant’altro. “Primary Colours” è un album dichiaratamente legato alla tradizione “english”, con tutta quella grammatica fatta di saturazione del suono, dissonanze, ambienti lisergici, noise, linee cantilenanti e potenza che ben conosciamo e che continua ad evolversi nel tempo.
Non c’è da stupirsi, dunque, se con la conclusiva “Sea Within A Sea” (il primo brano estratto come singolo) e la title track “Primary Colours” finisci coi ricordi tra Bauhaus e Joy Division, spiazzato dalle coincidenze stilistiche, parallelamente impressionato dall’eccellente coniugazione del tutto in chiave moderna, trasposizione che non ha privato il genere di quello che ha sempre fieramente ostentato quale stendardo: “l’osso”.
Eccoci dunque a dieci brani ridotti appunto all’osso, tirati nelle melodie e nelle linee quanto prolissi nelle dilatazioni dei momenti per così dire “vuoti”, o comunque dediti al colore, primario o meno che sia.
“Mirror’s Image” è il biglietto da visita dell’album: un fade-in di pad e synth lungo un minuto e mezzo, l’ideale per lanciare un disco improntato su spettri di luce e “rumoristica” di alto livello. “Three Decades” contiene una di quelle cose da cui un buon disco psichedelico non può assolutamente prescindere: le oscillazioni dei tappeti, un gioco ai limiti dell’armonia (o piace o stucca) che per tutto l’album cattura l’attenzione dell’orecchio.
“Who Can Say” è con ogni probabilità il pezzo migliore del disco: breve, orecchiabile, spensierato e diretto, senza troppi fronzoli decorativi. Passando poi attraverso il Brit rock di “Do You Remember” e il graffiante e monolitico crescendo iniziale di “New Ice Age”, si arriva a quello che voglio semplicemente credere “Omaggio a Ian Curtis”, senza dire altro, poiché “Scarlet Fields” somiglia tremendamente a “Love Will Tear Us Apart” ( dai tre minuti e mezzo in poi è lampante).
Di qui in poi le idee sembrano finite, ricalcate, o tenute semplicemente da parte per un duetto finale (“Primary Colours” e “Sea Within A Sea”) eccellente quanto interminabile.
Alla luce di tutto questo, il progetto The Horrors conferma la sua validità, mostrandosi continuamente in movimento all’interno di un imprescindibile DNA britannico, capace di coniugare almeno trent’anni di musica d’oltremanica in un lavoro fresco ed evocativo quanto sgraziato e tagliente.
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