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L'avvicinamento alla pubblicazione del diciottesimo album dei Depeche Mode è stato caratterizzato da una gamma di sensazioni molto diverse tra loro. Sensazioni che, dopo la pubblicazione, sono continuamente mutate ad ogni ascolto. Il discorso alla base di tutto è un po' sempre lo stesso, quello che si fa quando una band di caratura mondiale come i DM, gli U2 o i REM tanto per sparare a botta, annunciano la pubblicazione di un album di inediti: c'è bisogno di dischi nuovi da band vecchie? Non sarebbe meglio si dedicassero alla vita live e mandassero in pensione il lavoro in studio? Se per gli U2 un discorso di questo genere comincia a valere seriamente cinque minuti di serietà, non sono convinto che valga anche per i Depeche Mode, almeno non dopo le ultime fatiche che la band capitanata dal duo Gahan-Gore ha dato alla luce.
Sono passati quattro anni dall'uscita del bel Playing The Angel e addirittura otto dal meraviglioso Exciter. Andando a ritroso troviamo il mezzo capolavoro Ultra del 1997 e sembra chiaro che i Depeche negli ultimi dodici anni si sono mantenuti su livelli tremendamente elevati, con picchi di meravigliso disseminati con cura. Sounds Of The Universe, datato 2009 è riuscito a mantenersi in linea con tutto questo ben di dio? Fase uno: pubblicazione del primo singolo. Esce Wrong e, oltre a far ballare immediatamente mezzo mondo, sembra che il discorso iniziato con Playing The Angel non si sia interrotto, mantenendo il suono pulito ed aggressivo che aveva caratterizzato il disco del 2005. Nasce una bella curiosità. Fase due: viene diffusa l'immagine di copertina dell'album e del singolo. Un lavoro molto grafico che sottende un ritorno ad atmosfere tipicamente anni ottanta. Sensazione confermata con l'uscita del disco vero e proprio. Sounds Of The Universe, oltre ad essere un pelino azzardato nel titolo, in primis spiazza chi si era fatto un'idea dopo l'ascolto di Wrong, e in secondo luogo conferma prepotentemente il concetto sintetizzato dalla copertina: un suono tipicamente depechemodiano condito da venature vintage, ottenute attraverso l'utilizzo di strumenti che possiamo tranquillamente definire oramai “d'epoca”, riesumati per l'occasione. Più vicino ad Exciter sotto l'aspetto della velocità e del ritmo, Sounds Of The Universe è un disco d'atmosfera, partorito quasi interamente dalla mente di Gore, ma curiosamente simile alla recente produzione solista di Gahan. Tredici pezzi che non sanno né di stallo né di innovazione: nonostante la buona qualità complessiva e l'immenso piacere dato dal poter godere di una delle voci più belle di sempre, sotto sotto spunta un velo di autocompiacimento che alla lunga fa storcere il naso. Credo che il concetto si chiarisca maggiormente prendendo ad esempio Wrong, un pezzo completamente fuori contesto, avulso dal resto di un album decisamente pacato e dai toni pastello proposto però addirittura come singolo di lancio, quasi come a voler rassicurare i fan più accaniti e pararsi un pelino il culo con il resto del disco, evidentemente più difficile da mandare giù. Attenzione, più difficile, non di minore qualità. E' qui che forse sta la chiave di tutto: Sounds Of The Universe è un disco semplicemente mediocre, sia quando gioca su terreni più tradizionali e aggressivi (Wrong), che quando rivela il vero volto, come già detto più d'atmosfera e riflessivo. In Chains apre senza clamore, giocata quasi esclusivamente sulla capacità canora di Gahan. Hole To Feed ha un buon impianto sonoro, potenzialmente vivace, ma smorzato da una ritmica ovattata che non giova nel complesso, contribuendo ad abbassare il profilo generale. Su Wrong mi sono già espresso. Probabilmente va considerato come un estratto da Playing The Angel e non come il singolo di Sounds Of The Universe: n questo senso funziona, è forte e prepotente. La verità è che è solo una mosca bianca. Fragile tension e Little Soul si mantengono sul livello delle due track d'apertura. Buona invece In Sympathy, forte di un chorus azzeccato e contagioso. Dopo il fin troppo pretenzioso inno universale Peace, il disco scivola verso la seconda parte mantenendo basso il livello di guardia, mettendo in risalto una certa mancanza di coraggio restando intrappolato in un limbo di buone intenzioni che non trovano sfogo nella pratica: Jezebel vorrebbe essere la ballata in grado di esaltare il talento di Martin Gore, riuscendo solamente ad esaltare un senso di nostalgia verso pezzi come Home o Freelove. Ad alimentare questo senso di mancanza ci pensa l'interessante Corrupt, pezzo conclusivo teso e d'impatto, incalzante e nichilisticamente perentorio, forse il migliore del disco.
In conclusione il giudizio complessivo viene inevitabilmente mitigato da un senso di riconoscenza ed affetto che non si può negare ai Depeche Mode. Questo non deve trarre in inganno: fare le pulci ad un disco come questo è un dovere per il recensore e va fatto a maggior ragione sapendo di avere a che fare con dei fuoriclasse, da cui però, arrivati ad un certo punto, ci si aspetta solo cose all'altezza. Il noioso Sounds Of The Universe ho paura che non lo sia.
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