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Il viaggiatore ha lasciato il posto all’uomo della storia accanto, al cantautore della canzone accanto. Claudio Baglioni ha lasciato da parte le atmosfere vagamente futuristiche del suo disco precedente, la metafora del "Cuore di aliante", e ha deciso di chiedere a sé stesso, ai suoi musicisti e ai suoi collaboratori di tirare fuori un disco che suonasse davvero di strumenti “suonati”, anche con dei suoni vintage come a lui piace definirli. Ebbene il primo risultato raggiunto è stato quello di elaborare un disco di vere e proprie “canzoni”. Le architetture armoniche e melodiche si reggono su una chiarezza e una solidità figlie di una semplicità di fondo. Di banale ci può essere ben poco quando si ha a che fare con maestri come Paolo Gianolio, vero cervello del progetto al servizio del regista Baglioni, o John Giblin al basso o ancora Danilo Rea e Walter Savelli alle tastiere, per tacere delle percussioni di Gavin Harrison. Così è il filo della compostezza e della linearità, quasi della rotondità oseremmo dire, che si sviluppa tutto il disco. Sobrio ed elegante al contempo, pronto ad essere incisivo e immediato alle orecchie dell’ascoltatore. Ma allora il Baglioni coraggioso e diverso di “Oltre” è davvero scomparso? Il brano di apertura e di lancio dell’album, “Sono io”, ricorda piuttosto il tiro e gli accordi di “Io Sono qui”, che di “Oltre” era la prosecuzione in termini più entusiastici e rassicuranti. Altre cose, come “Serenata in sol” si allacciano al Baglioni più scanzonato degli anni ’90, che in qualche modo si era sovrapposto all’immagine del cantautore da amori adolescenziali che si era costruito negli anni ’70. Quella nuova immagine , che evidentemente si era rivelata vincente, e forse anche più consona alla crescita artistica dell’uomo Claudio Baglioni, ha finito col trasformarlo in un cesellatore di canzoni inno, già in nuce, se vogliamo, quando scrisse “Strada Facendo”. Così su quella scia anche stavolta non mancano i toni quasi epici come “Fianco a fianco” o “Al di là del ponte”. E’ in questi episodi più tirati che il talento storico di Baglioni per le “istantanee” catturate attraverso il dosaggio di parole e musica (dal passato una su tutte: la “maglietta fina” che lasciava immaginare tutto) rischia di essere soffocato da un eccesso di fiducia nella propria capacità di trascinare l’uditorio. Così è bella e lucida l’immagine del ponte al di là del quale cercare una nuova frontiera, così come la corsa fianco a fianco “quando usciremo a riprenderci la strada”. Ma il “giorno più bianco”, il “ritorno di eroi”, un “oltre la realtà”, e altri toni troppo enfatici, spesso gridati a pieni polmoni, rischiano di portarci davvero troppo oltre di quanto un disco di musica pop possa fare. Se “Requiem” e “Incanto” faticano sempre in questo senso a reggersi sull’equilibrio, da sempre difficilissimo nella musica leggera, di denuncia che eviti la retorica, forse i momenti più riusciti restano proprio i più intimi e raccolti. “Patapan” e “Grand’uomo” raccontano sul filo della nostalgia e dei ricordi, di padri e di figli, con l’autore a suo agio soprattutto nel tracciare ponti e fossati tra le due diverse generazioni. Ma è probabilmente con la sofferta e labirintica confessione di “Quei due” (“…e rendersi conto che siamo noi… quei due”) e con il quadretto di “Tutto in un abbraccio” che Baglioni fa pace con la sua poetica intimista e malinconica e ritrova il filo d’Arianna che lega sua produzione storica con il nuovo corso inaugurato da “Oltre”. I due affacciati sul crepaccio, forse in attesa del tuffo, una presa quasi impacciata, ora come allora, le labbra dure di ghiaccio, il laccio sulla gola, e poi tutto, tutto il resto in un abbraccio. Come una fine che in fondo è un gran salto, stretti in una morsa che forse è solo un ultimo abbraccio. Baglioni torna ad essere pittore di bozzetti strappalacrime ma inappuntabili. Si, in effetti il “Naso di falco” curioso e frizzante che girava sul camioncino giallo, e che scopriva maghi, piazze sporche di sangue e strade e sguardi nuovi che portassero “Oltre” stavolta si è preso una vacanza fatta di storie semplici e accordi da pianista, ma il gusto per l’espressione non banale, per il gioco linguistico, per una canzone che giri, che funzioni, non l’ha ancora perso. Se proprio dovessimo dire una parola definitiva su questo disco forse ci penseremmo ancora, convinti come dice lo stesso Baglioni in una di queste canzoni che quasi sempre nella vita “non è come un quiz e quella giusta è l’ultima risposta non la prima”. Buon ascolto.
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