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Terzo atto per una delle band inglesi più importanti del decennio in corso. Il che non è forse dire molto, dato il livello alquanto deprimente della concorrenza, ma comunque gli Art Brut rappresentano uno strano “one-off”: il caso di un gruppo molto amato in Europa continentale e negli USA e assai meno in Patria, dove i media continuano a preferire e dare spazio agli Arctic Monkeys e agli Editors di turno.
E “Art Brut Vs. Satan” nasce, forse per ripicca nei confronti dei poco avveduti connazionali, come il “disco americano” di Eddie Argos e della sua scombiccherata cricca. E’ stato infatti inciso negli States con l’ausilio di un produttore d’eccezione anche se alle prime armi in tale veste: il grande Charles Thompson alias Frank Black Francis già leader dei Pixies. Sulla carta, un connubio da far leccare i baffi, quello tra Argos e Thompson. E le risultanze non deludono, anche se magari neanche esaltano così tanto come si era ipotizzato e sperato.
Squadra che vince è meglio non cambiarla infatti. E la ricetta Art Brut, che tanto aveva convinto nei precedenti “Bang Bang Rock And Roll” e “It’s A Bit Complicated”, resta sostanzialmente la stessa, un ottimo incrocio tra la bagarre punk minimale dei Fall di Mark E. Smith e le enunciazioni (solo apparentemente) svagate e naif di Jonathan Richman & The Modern Lovers. Mutano però alcuni dettagli, ed è già qualcosa. Se su “It’s A Bit Complicated” erano stati introdotti elementi glam-rock alla Spiders from Mars e T-Rex, qui Thompson conferisce alle nuove canzoni degli Art Brut una compattezza e una durezza che ricordano quella di molto college-rock americano di fine anni ’80 primi anni ’90. In breve: le chitarre di “Art Brut Vs. Satan” suonano non molto diversamente da quelle di “Trompe Le Monde”, il disco/canto del cigno dei Pixies del 1991.
Conquistare il mondo implica rendere le proprie liriche più universali e comprensibili a tutti, ed è esattamente quello che Eddie Argos ha fatto stavolta. Accantonati i provinciali riferimenti degli inizi all’NME e a Top of the Pops – che peraltro non esiste più – Argos continua però, lo stesso, a produrre frasi-tormentone che saranno ricordate negli anni a venire come ad esempio: “Some people hate the bus/ Not me, I can't get enough / Some people live in the fast lane / Not me, I take the train / I love public transportation / Train or bus, they're both amazing” (da “The Passenger”, brano che ovviamente non ha nulla a che vedere con l’omonimo di Iggy Pop, come anche “Twist & Shout” non ricorda nemmeno alla lontana gli Isley Brothers e neanche i Beatles). Alcuni dei brani affrontano il lato buffo se non patetico dell’alcolismo “ricreativo” (“Alcoholics Unanimous” e “Mysterious Bruises” in particolare) ma in realtà lo zoccolo duro di “Art Brut Vs. Satan” vede Argos in polemica con una scena musicale “mainstream” che non gli va proprio a genio. “Why is everyone trying to sound like U2? / It's not a very cool thing to do / Why would you want to sound like U2?”, si chiede su “Slapdash For No Cash”, uno dei brani migliori del disco, che termina con la dichiarazione d’intenti: “Registrati in fretta e furia con due lire: sono questi i dischi che mi piacciono”. Sono proprio i Coldplay e gli U2 (e il loro ipersofisticato produttore Brian Eno) il Grande Satana del titolo, stroncati senza pietà anche su “Demons Out!” di cui resta indimenticabile l’anatema finale di Argos: “Record buying public – we hate them!” Meglio, molto meglio per il leader degli Art Brut un gruppo onesto e sincero come i buoni vecchi Replacements che - su “The Replacements” per l’appunto – confessa di aver scoperto da poco, per poi dilungarsi in un elogio sui dischi comprati di seconda mano (“...are cheaper/ reissued CDs / extra tracks...”). Musicalmente, anche stavolta i grandi riff abbondano: particolarmente riuscite “Alcoholics Unanimous” – scelta come singolo di lancio – le già citate “The Passenger”, “Demons Out!”, “Slapdash For No Cash” e “The Replacements”, e “Summer Job”. Manca però il pezzo indimenticabile di caratura “classica” come “Nag Nag Nag” su “It’s A Bit Complicated” o “My Little Brother” su “Bang Bang Rock And Roll”. In generale non c’è il grande salto di qualità e tutto sommato “Art Brut Vs. Satan” va catalogato come un disco di assestamento piuttosto che come quello della decisiva affermazione. La definitiva sconfitta di Satana è – purtroppo - rimandata.
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