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Ci sono dei casi in cui scrivere una recensione obiettiva è pura e semplice utopia. Basta poco: una visione del mondo casualmente condivisa con l’artista, o magari, semplicemente, una rima baciata che ha centrato il bersaglio, e la tanto ambita oggettività va a farsi friggere. Con il sottoscritto, per esempio, i Thrills hanno in comune un profondo e radicato amore per la West Coast degli USA, e per tutto ciò che gli si connette, a cominciare dal sound (Byrds, Beach Boys, Neil Young, Burt Bacharach e, perché no, i recenti arrivati Grandaddy), per finire con quelli che molti considerano solo aspetti deplorevoli e superficiali e che, invece, sono parte essenziale dell’”esperienza californiana”: palme, bionde in bikini, Disneyland con annessi topi danzanti, il marciapiede delle stars, e via dicendo... Non fa molto figo, oggidì, innalzare la bandiera “politicamente scorretta” del “Golden State” mentre i think tank del rock’n’roll volgono ammirati lo sguardo ai new wavers stradaioli di New York City e Detroit e si sdilinquiscono per i londinesi marciatori per la pace Radiohead e Blur. Ci vuole del fegato, ma i Thrills, questo giovanissimo quintetto dublinese all’esordio su lunga distanza, ne hanno da vendere. D’altro lato, non avevano scelta: un anno fa, hanno fatto una lunga vacanza tra Frisco e San Diego, passando per L.A., e si sono presi la “scimmia” per la California. La cosa più clamorosa è che abbiano trovato dei discografici che hanno creduto in loro, e stars affermate, quali Morrissey (che, guarda caso, a Los Angeles ci vive e condivide con i cinque dublinesi la condizione dell”expat” di estrazione UK) che non perdono occasione per sponsorizzarne i talenti. Il primo risultato è stato il singolo “Santa Cruz”, che è anche la prima canzone che si incontra su “So Much For The City”. Se la conoscete e vi ha fornito buone vibrazioni, immaginate solo che è uno dei (due) brani meno memorabili di tutto l’album. Sì, perché fin dall’inizio del secondo brano “Big Sur”, quando il cantante Conor Deasy attacca a cantare “So much for the city / tell me that you’ll dance to end” su una base di chitarre un po’ Byrds e un po’ Monkees, appare ovvio che si sta ascoltando una canzone superba, dalla melodia senza tempo. E la citazione da “Theme From The Monkees” “hey hey you’re the Monkees / people said you monkeyed around” non può che strappare un applauso. La successiva “Don’t Steal Our Sun” mantiene alta la voglia di estate, surf e sexy pupe, e prepara per il prossimo tuffo al cuore: “Deckchairs and Cigarettes”, la vacanza sta finendo e ti ritrovi seduto su una sedia a sdraio sulla spiaggia di San Diego a contemplare l’oceano. E ti viene in mente quanto avevi detto solo qualche giorno prima: “Let’s go to San Diego / ‘Cause that’s where all the kids go”. Tutto perfetto, tutto vero, e con un ritornello melanconico che vi ritroverete a canticchiare non solo quest’estate ma Dio solo sa per quante estati future della vostra vita. “One Horse Town”, per contro, è la spensieratezza fatta canzone: un altro centro dei Thrills, con ennesimo chorus superlativo su una base che ricorda da vicino i Byrds del periodo country di “Sweetheart From The Rodeo”. L’orchestrale “Old Friends” ci riporta a quella malinconia “intensa” in cui, pare, i Thrills sono maestri. Tutto, in effetti, pare molto semplice, con quella lirica ripetuta insistentemente da Deasy “è davvero un peccato quando litigano due vecchi amici”. Molto semplice, ma allo stesso tempo molto molto bella. “Hollywood Kids” vede il quintetto di Dublino in vena di citazioni di persone e luoghi mitici della Città degli Angeli: a voler essere critici, si tratta di un interludio un po’ forzato. Con “Just Traveling Through” il viaggio riprende (agli spensierati ritmi monkeyani e beachboysiani che la band sa utilizzare alla grande), fino a farci giungere - virtualmente – fino alla capitale del gioco d’azzardo. “Your Love Is Like Las Vegas”, oltre ad avere uno dei migliori titoli degli ultimi quarant’anni, contiene la fantastica, immaginifica lirica, dedicata ad una ex che pare non aver capito, “Lo sai che sei come Pete Best / ancora pieno di amarezza dopo tutti quegli anni” e un’altra melodia da capogiro. Si chiude con il brano più introverso del disco, “Til’ The Tide Creeps In”, che non scalerà le classifiche, ma è comunque una degna conclusione. Tante parole per dire che, se quest’estate nel vostro zaino-vacanze avete spazio per un solo CD, dovete assolutamente fare in modo che si tratti di “So Much for the City”. Che, personalmente, non è solo il disco che aspettavo di ascoltare dal millenovecento ...(inserite a vostra scelta un anno tra il '67 e il '73) ma il disco che avrei voluto comporre io stesso, suonare, cantare, incidere. E poi vivere.
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