|
Brillante e sorprendente era stato il suo esordio tre anni fa, quando si fece conoscere con un lavoro The Pirates’ Gospel che nella sua nuda e cruda vitalità folk, sembrava un disco venuto da chissà quale tempo, o forse da nessun tempo, con un incedere e una scrittura che parevano davvero venire a trovarti dal nulla. Alela Diane, reduce da quell’exploit propone adesso il suo nuovo lavoro, To Be Still, partendo da lì, e senza la pretesa di allontanarsene troppo. Registrato praticamente in casa, o meglio tra la sua casa di Portland e l’home studio del padre-produttore Tom Menig a Nevada City, To Be Still è anche questa volta un disco profondamente folk, e che ha il grande pregio di marcare il proprio carattere peculiare pure cercando e richiamando moltissime figure di folk girls di oggi e di ieri, da Lisa Germano e Marissa Nadler o ancor meglio una Jes Lenee, per risalire alla Joni Mitchell più folk appunto o a Sandy Denny.
Rispetto all’esordio la cura sonora è decisamente più marcata sia nella resa dei suoni che nella ricerca di un amalgama fatto di piccoli ma efficaci tocchi e ritocchi. Oltre alle chitarre acustiche, centrali e determinate, preziosissimo l’apporto del violino, della pedal-steel guitar e di un calibrato uso della sezione ritmica. Il cantato appare quasi sempre molto ispirato, grazie ad un timbro carico di una densa sensualità, fatto di pochi fronzoli, ma che dall’asciutto folk, sfiora di volta in volta venature gospel o addirittura da yodelling. Alela Diane ci porta subito su territori sospesi, con la quasi eterea Dry Grass And The Shadows, quasi una nenia che si muove praticamente su un solo accordo, che durante il brano si colora, si arrotonda si svilisce, restando però sostanzialmente fermo. Una soluzione che si ripete spesso anche in altri brani del disco quasi a volerne sottolineare un senso nel titolo (quel to be still che fa pensare ad un movimento, ma per restare alla resa dei conti fermi, still, appunto). Un’idea che chiaramente rafforza alcuni elementi che giocoforza devono”muoversi” per dare vita e corpo alle canzoni. E così la voce di Alela Diane riesce a smuovere acque ferme come quelle di My Brambles, insieme ad un pizzicato sulla chitarra acustica, ad un violino che si ritaglia sullo sfondo, e ad una sezione ritmica ipnotica, incalzante ma in definitiva che non si sposta dal cerchio che traccia. E così altri elementi di “movimento” diventano gli strumenti che a strati dettano paesaggi a chiaroscuri: il violino livido che annuncia White As Diamonds, ballata dall’inconfondibile sapore “appalachiano” così come la bucolica Take Us Back, assolutamente potente nel suo scarno lirismo di immagini e racconti. Un altro elemento in bilico tra fermo immagine senza tempo e senza fiato e continuo rimandarsi di voci e ricordi è quello dei paesaggi e delle parole che li presentano e li descrivono. Sono paesaggi nudi, tra “erba verde”, alberi di ontani, “rovi”, “skipping stone”, montagne e colline. Oppure il planare curioso e immaginifico sopra una distesa d’acqua in The Ocean, che rimanda con atteggiamento melodico più arioso, come la sinistra e bellissima Every Path, ad un songwriting più pop, senza perdere troppo di originalità ed incisività. Così come in eguale misura riesce la dolcissima Tatted Lace, ricamata nel sottile equilibrio tra i toni minori della strofa e quelli maggiori dell’inciso.
Va detto che rispetto al primo lavoro di Alela Diane si perde un po’ non solo l’effetto sorpresa, ma anche una freschezza nella scrittura che in questo caso, non evita del tutto il rischio di stancare chi ascolta, forse anche per una scelta calibrata tra il “sospeso” e il descrittivo a pastello, di ambientazioni cariche di un lirismo quasi bucolico non troppo dissimile in quasi tutte le undici tracce. Ma le fotografie in musica di questo To Be Still di Alela Diane (in questo senso non diversamente da The Pirates’s Gospel), sanno di racconto sincero e autentico. Troppo sinceramente folk per poter essere diversamente da così.
|