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Cominciamo col dire che chi non avesse ascoltato “Pride”, precedente prova di Matthew Houck (in arte Phosphorescent con un piccolo aiuto da parte degli amici) ha commesso un errore imperdonabile. Il suddetto terzo album del georgiano Houck, infatti, è uno dei misconosciuti capolavori degli ultimi anni, accostabile per alcuni versi alle intensità alt-folk del primo Bonnie “Prince” Billy ma con in più una peculiare propensione per il gospel a dar vita ad atmosfere tipicamente “gotico-sudiste”. Credetemi: brani come “Wolves” e “Picture Of Our Torn Up Praise”, tanto minimali quanto sofisticati, sono di una bellezza rara.
Perciò ci si attendeva che il nuovo quarto album dei Phosphorescent avrebbe in qualche modo ricalcato il canovaccio che tanto aveva convinto due anni fa sia la critica che il pubblico, e invece Matthew Houck, recentemente trasferitosi in una Brooklyn sempre più brulicante di artisti, ha scelto di spiazzare tutti, incidendo 11 canzoni non sue, bensì tratte dal (vastissimo) songbook di Willie Nelson.
Di solito operazioni del genere lasciano il tempo che trovano. Talora sono “stop-gap” come si suol dire, come a suo tempo il frettoloso “Pin-Ups” di David Bowie, oppure rivelano una lampante crisi di ispirazione come nel caso del recente “Thing Of The Past” dei Vetiver. Al contrario, la rivisitazione di Houck appare ottimamente riuscita: l’autore vi ha riversato tutto l’amore che evidentemente nutre per l’oggi 76enne “Willie”, che come tutti sanno è una delle più grandi icone del country di tutti i tempi. Così “To Willie” è un luminoso esempio della nuova generazione che reinterpreta la vecchia, ne sottolinea lo spessore e l’influenza e ne garantisce la continuità. In fondo, folk o country che sia, sempre di “musica delle radici” di tratta.
Lo stacco non è neanche così difficile da assorbire: tra l’angosciato folk di “Pride” e le country-songs quasi altrettanto dolenti prese in prestito da Willie Nelson, è solo una questione di ritmi e di stile, ma l’intensità, quella, è sempre la stessa con l’inconfondibile marchio alternative dei Phosphorescent. Tanto più che Houck ha scelto, in luogo degli standard più noti della ultraquarantennale produzione di Nelson (che so, “Funny How Time Slips Away”, “Crazy” o “Blue Eyes Crying In The Rain”...) di reinterpretare soprattutto brani poco noti, alcuni dei quali neanche firmati da Nelson ma che hanno in comune un filo conduttore fatto di rimpianti, promesse non mantenute e atroci agonie sentimentali. E’ il caso della splendida “Reasons To Quit” che apre l’album, il cui originale si trova su “Pancho & Lefty”, album del 1983 inciso in coppia da Nelson e Merle Haggard – autore del brano – che fu inteso come tributo al leggendario cantautore Townes Van Zandt, e a cui sicuramente Houck si è in qualche modo ispirato per questo “To Willie”. Procedendo nell’ascolto, poi, diventa sempre più evidente che si tratta di materiale, anche quando poco conosciuto, di primissima scelta. Spiccano “Walkin’”, “Last Thing I Needed (First Thing This Morning)” e “Permanently Lonely” (immense e dolorosissime) a cui fanno da contraltare le – solo in apparenza – più ottimistiche “Pick Up The Tempo” e “Gotta Get Drunk”. In tutto il contesto, Houck è sorprendente per il modo in cui si appropria dei brani di Nelson, li “modernizza” e li fa suoi. E - udite udite! - scremati da certi fronzoli tipici del country classico, alcuni dei pezzi (“Permanently Lonely” su tutti) risultano perfino preferibili nelle nuove versioni - alt-country, naturalmente - dei Phosphorescent.
Alcuni hanno equiparato “To Willie” a “Greatest Palace Music”, l’album del 2004 in cui Bonnie “Prince” Billy rivisitò in quel di Nashville i suoi precedenti brani con i Palace, ma non mi trovano affatto d’accordo. Quello fu quasi un divertissement, mentre qui Houck fa dannatamente sul serio e raggiunge vertici espressivi assolutamente più alti. Se proprio si deve fare un paragone, a me viene più naturale accostare “To Willie” a quella fatidica sequenza di cover country fatte da Gram Parsons sia con i Byrds che da solista (Louvin Brothers, Merle Haggard, George Jones, ecc.). E non credo che Matthew Houck possa ricevere un complimento migliore.
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