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Il recente, crescente interesse per la scena del cosiddetto “country alternativo” ha fatto sì che gli Uncle Tupelo, che di quel sound furono, nei primi anni ’90, tra i “prime movers”, oggi siano considerati una sorta di gruppo quasi mitico. Su quest’onda, ed a ruota del successo (per ora) solo di critica di “Yankee Hotel Foxtrot”, ultimo album dei Wilco di Jeff Tweedy (che dei Tupelo era co-leader e co-compositore), giunge oggi a noi la ristampa rimasterizzata di “Anodyne”, che della band dell’Illinois fu il quarto ed ultimo album prima del precoce scioglimento. Atto dovuto, si potrebbe dire, perché “Anodyne” insieme al precedente “March 16-20, 1992” (prodotto da Peter Buck dei REM) costituisce punto d’arrivo di quella ricerca di un punto di equilibrio tra energia indie-rock e classicismo country che fu il motivo stesso di essere degli Uncle Tupelo e che li rese unici e al tempo stesso incompresi durante anni in cui spadroneggiavano le fragorose chitarre del “grunge”. Sull’originalità dell’alt-country anni ’90 si può a lungo dibattere, dato che il movimento della West Coast chiamato Paisley Underground aveva già battuto negli Eighties, con risultati peraltro eccelsi, gli stessi territori (vedere ad es. i Green on Red e i Giant Sand). Tuttavia gli Uncle Tupelo, oltre a resuscitare l’idea di un country “diverso”, possedevano anche una propria peculiare caratteristica: due cantanti/compositori d’eccezione, che rispondevano, anzi, rispondono, ai nomi di Jay Farrar e Jeff Tweedy. Riascoltare “Anodyne” con il senno di oggi, e alla luce delle nuove esperienze soliste dei due (Farrar alla guida dei Son Volt, Tweedy con i Wilco), è particolarmente illuminante, perché risulta improvvisamente lampante quanto fossero diverse le canzoni dei due. Personalmente preferisco il primo, più spontaneo e maggiormente radicato nella classicità country, con vertici di lirismo come nella classica “High Water”, vero capolavoro del disco. Per contro, i brani di Tweedy seguono i canoni che abbiamo ormai assorbito grazie ai suoi lavori con i Wilco: geometrici, con un buon istinto per la melodia beatlesiana (o harrisoniana), più furbetti e calcolatori ma comunque capaci di stupire con una zampata geniale alla “New Madrid”. Ecco: se “Anodyne” aveva un difetto (ma lo stesso si potrebbe dire di tutti gli altri dischi della band) è proprio l’incapacità di Farrar e Tweedy di giungere al punto di fusione, che spesso porta ad avere l’impressione di star ascoltando brani di due differenti band (dei Son Volt e dei Wilco, viene da dire). Insomma: i classici due galli in un pollaio, e, se a rimetterci era l’identità complessiva degli Uncle Tupelo (mai forte come, ad esempio, nei Green on Red) , ci si guadagnava di certo in varietà: provare, ad esempio, a mettere a confronto la “roots” “Chickamauga di Farrar con la melodicisima We've Been Had di Tweedy. Non ha punti deboli, “Anodyne”, se si esclude paradossalmente la poco riuscita cover Give Back The Key To My Heart di e con la (ormai) vecchia star texana Doug Sahm. Giusto e necessario, quindi, riscoprirlo oggi, in un momento in cui siamo costretti ad assistere a spropositati incensamenti di nuove band e artisti alt-country che confrontati agli Uncle Tupelo del ’93 non valgono nemmeno un’unghia.
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