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L’esordio su 12” era avvenuto nel 2007, ed era stato un piccolo exploit capace di calamitare attenzione di critica e addetti ai lavori. Santogold, il nome del progetto, con la vocalist Santi White e un nutrito stuolo di collaboratori, produttori, musicisti protagonisti di molte uscite dall'hype vincente degli ultimi tempi sulla scena indie hip hop/dub/pop, si era presentata con una hit accattivante e indecifrabile come Creator accompagnata sull’altro lato dal power pop di L.E.S. Artistes ed era sembrata la versione reloaded e ripulita del ciclone M.I.A., vera rivoluzione in ambito hip hop dello scorso anno.
Le attese chiaramente erano dunque tante per l’esordio sulla lunga distanza, quindi su album, e dalla sua uscita ad oggi, in questi mesi la critica ha finito col dividersi sulla qualità di Santogold. Alle lodi per la capacità non secondaria di colpire un ambito sonoro e musicale saturo, si sono contrapposti giudizi non troppo positivi per un assemblaggio troppo di mestiere rispetto alle attese suscitate dal lancio in 12”. Critiche a dire il vero, a volte un po’ troppo severe, spesso dovute al fatto che troppe volte il tam tam della rete, condito da un buon supporto promozionale sul web, finisce col creare fenomeni anche dove non ci sono. Della serie: alla lunga gli addetti e gli appassionati di settore, ascoltano con sospetto le annunciate e inflazionate next big thing del panorama indie/ rock/ hip hop.
Santogold è un esordio curatissimo dal punto di vista della scelta sonora, con una produzione eclettica e di qualità, a cominciare dal duo di produttori Diplo e Switch, che hanno contribuito in maniera determinante alla realizzazione del primo lavoro della già citata M.I.A., per proseguire con il polistrumentista John Hill che con la Santi aveva già lavorato nella band degli Stiffed, e per concludere con una squadra di musicisti come Chuck Treece dei Bad Brains, Naeem Juwan degli Spank Rock, Disco D e Sinden. A sentirli tutti d’un fiato gli undici brani (più un remix) del disco, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una bella gamma di varietà sonore, dal rock al pop, passando per l’hip hop, il dub, tocchi di reggae e anche di soul, elettronica con massicce dosi di samples e loop, scansando forse solo l’R&B, ormai inflazionatissimo. E soprattutto ad un ventaglio di situazioni ambientali che riesce a spostarsi da sonorità newyorkesi verso “fumi” più londinesi, e alternare ritmi quasi caraibici ad altri di sapore mediorientale.
Curiosando tra le tracce, ci si sofferma subito su una L.E.S. Artistes (di cui è consigliabilissimo il video) che colpisce per l’attacco deciso basso-chitarra-batteria, sul quale si incastra il registro rotondo e per niente votato al virtuoso della linea vocale, i reverberi calibratissimi, misurati su una linea melodica notturna, trascinante, senza intoppi. Impressione che si ripete in altre tracce come la successiva You’ll Find A Way, dove però si intravedono dei riferimenti ai Police quasi troppo espliciti, e la radiofonica Lights Out, che pure si propone su un motivo più disteso e meno scuro. Ma tolti i pezzi più pop/rock, sono i pezzi più da dancefloor che marcano il carattere del lavoro di Santogold: dagli hook di Say Aha, al floo di Creator così vicina a certi groove della cingalese M.I.A.. Ecco, forse il punto più debole di tutto il disco è proprio il riferimento a quest’ultima che riaffiora troppo spesso, pur non raggiungendone il livello di intensità e di rottura, ma limitandosi molto spesso a dargli come una veste più sobria, meno “londinese” potremmo dire, e rivedendone l’approccio da hip hop militante attraverso delle liriche più urbane, meno esplicite e più ricche di immagini di strada e di pub fumosi. Meglio di M.I.A. nel cantato (che a tratti riesce a conquistare decisamente la scena) meno brillante invece quando rappa (come nella comunque interessante Shove It), Santogold ha sicuramente dalla sua alcune intenzioni compositive di qualità e la capacità da non sottovalutare di creare sempre, anche quando non brilla di originalità, dei groove e degli spazi ritmici contagiosi e di grande dinamica, mixando con talento samples, pattern ritmici, floo vocali, influenze new wave, dub, hip hop, chitarre rock e ritmiche quadratissime, e molto altro ancora, in una miscela difficilmente catalogabile.
Resta al termine dell’ascolto l’impressione che manchi qualcosa, un carattere dominante o un marchio di fabbrica che sembra solo intravedersi. La zampata magistrale però non manca, ed è la traccia 11, Anne, viscida e notturna con una interpretazione vocale e un arrangiamento che calano davvero in un attimo in un’atmosfera sensualmente e sinistramente noir. Permane il dubbio che alcune cose spogliate dell’arrangiamento probabilmente resterebbero davvero prive di sostanza e, viceversa, altre non mostrino del tutto la loro qualità perdendosi magari nel tentativo di inseguire l’hype giusto. A metà del guado, Santogold resta comunque uno dei lavori più curiosi di questo 2008, quindi da sentire.
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