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Trovandomi di fronte al sesto album di una comune band, in attività da più di dieci anni, direi che dovendo scrivere qualcosa a riguardo per prima cosa dovrei andare a riascoltarmi i primi pezzi, per poi avvicinarmi via via all’attualità, impostare un bel discorso sul c’eravamo tanto amati e su quanto era bello prima e brutto adesso o viceversa. Potrei anche stare qui tutta sera a cercare di trovare il pelo nell’uovo, da bravo fan sfegatato. Potrei fare una cosa del genere con la maggior parte delle band e nella maggior parte dei casi. Con i Mogwai tutto questo non funziona, e la ragione è molto semplice. Detta molto schiettamente e per bocca degli stessi membri del gruppo, un’evoluzione musicale o una qualsivoglia velleità sperimentale o artistica intellettualoide è assolutamente bandita. La filosofia Mogwai prevede il fare musica per il gusto stesso di fare musica, divertendosi possibilmente nel compiere l’atto appagante. Il risultato sono sei album, molto simili eppure, lasciatemelo dire, sempre diversi. Evitando di dilungarmi sulla definizione di post-rock, e su quanto questi scozzesi siano il punto di riferimento del genere, direi che l’argomento in questione è il cercare di inquadrare un modo di fare musica che ha mantenuto un’incredibile coerenza nel corso degli anni, tracciando i confini del fare musica per immagini. I Mogwai hanno esordito con Young Team nel ‘97. Da allora dunque, poco è cambiato. La forma musicale è più o meno la stessa: lunghe suite, discorsi musicali infiniti, attenzione maniacale per il dettaglio e l’arrangiamento. Ascoltare Mogwai fear Satan, Christmas Steps, o il capolavoro assoluto 2 Rights Make One Wrong. Pochissimo spazio alla voce, raramente adoperata e quelle poche volte solo come un sussurro (vedi CODY, del ’99). C’è a chi piace e chi non sopporta l’ascolto di un pezzo senza voce che dura regolarmente due, tre o quattro volte un singolo tradizionale. I Mogwai vanno presi così come sono, ascoltati di sottofondo o con tutta l’attenzione del mondo.
The Hawk Is Howling non differisce dal passato. Dopo Rock Action, maggior successo di sempre, e il bellissimo Mr. Beast due anni fa, i pezzi si sono accorciati e smussati. La voce completamente cancellata lascia spazio alla costruzione di trame sonore semplici e dirette, esplicitamente evocative ma mai banali. L’apertura del disco è fulminante. I’m Jim Morrison, I’m Dead è il prototipo del pezzo Mogwai: apertura lenta, crescendo graduale di intensità e complessità di arrangiamento, fino a sfogarsi in un botto sonoro. Grandissimo pezzo. Batcat fa la parte di Glasgow Mega Snake su Mr. Beast, ovvero quella del pezzo furibondo, aggressivo, vecchio stile. Uno di quei pezzi che spesso e volentieri fa finire incredibilmente i dischi della band nella sezione metal. Chitarra inarrestabile, distorsione, pause e riprese. Corredato da un video micidiale e a tinte horror, Batcat, con I’m Jim Morrison è la punta di diamante dell’intero disco, due pezzi che entrano direttamente nella top 5 dei migliori di quest’anno. Da qui in poi le cose sono più semplici. Le acque si calmano, e il ritmo scende. Il disco si fa più riflessivo, dolce, pacato. Danphe And The Brain e Local Authority in maniera più cupa e sussurrata, mentre The Sun Smell Too Loud è come i Mogwai intendono la ballata poppeggiante, con qualche accorgimento elettronico di troppo magari, ma di presa sicura. King Meadow e la splendida I Love You, I’m Going To Blow Up Your School (il capitolo sui titoli dei pezzi sarebbe troppo lungo da affrontare e preferisco non entrarci) riprendono invece il mood di inizio album, più greve, scuro, a tratti plumbeo. Nessuna violenza o eccesso. Melodia ripetuta, ripresa ed arricchita. Arpeggio e accordo. Roba che ti entra in testa e non se ne va. Scotland Shame è l’immancabile riferimento alla patria natia, più grezzo e appuntito. Conclusione con Thank You Space Expert e The Precipice che, un po’ We’re No Here, un po’ Autorock, parte in sordina e conclude elettrificata, decisa, pungente.
The Hawk Is Howling è tutto questo. Niente di nuovo e niente di vecchio. Perché seppur a prima vista sempre la stessa, la musica è cambiata, è più matura e ha raggiunto un equilibrio invidiabile. Un disco dei Mogwai va ascoltato mille volte prima di capirlo a fondo e come per il passato questo consiglio vale ancora. The Hawk Is Howling è senza dubbio un grandissimo album che ha moltissimi pregi e anche qualche difetto. Difetti che nell’economia del disco non pesano assolutamente sia chiaro e lo rendono più che consigliabile. Difetti che un live, sono sicuro, cancella in trenta secondi. I Mogwai a questo proposito sono in tour in giro per l’Europa. In Italia a febbraio, a Milano e Bologna. Da non perdere. Assolutamente. Nota extra: il cd è correlato da un dvd contenente due versioni del video di Batcat e un documentario intitolato Adelia, I Want To Love, girato in Italia in occasione del concerto a Roseto (Te) quest’estate.
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