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Anche i Mercury Rev aprono i loro sogni al digitale e spostano nettamente la direzione del tragitto musicale fin qui intrapreso. Era difficile aspettarsi un cambiamento da una band che sembrava ormai irrimediabilmente logora dopo i tanti anni trascorsi incatenata ad una formula che aveva trovato l’apice qualitativo nel 1998 con l’album Deserter’s Songs e si era poi sbiadita con il passare del tempo. E invece tutti i pregiudizi vengono spazzati via al primo ascolto del nuovo disco, Snowflake/Midnight, che parte spedito verso nuovi orizzonti sonori a bordo di un solido e variopinto tappeto di elettronica, attraverso uno spazio sia onorico che cosmico. Non aspettatevi dunque la solita musica addomesticata e trasognante dei Mercury Rev, caratterizzata da morbidi muri di chitarre e spesse fibre di synth ordinate in una forma canzone simil-pop dalla flebile voce in falsetto di Jonathan Donahue. L’universo scandagliato dall’anello di Mercurio è stavolta tetro, imprevedibile, pericoloso, mutante, spettrale, e trasforma in incubo la serena passeggiata nel vuoto; la piacevole svagatezza dei sogni disneyani del passato viene spurgata di tedio e gettata sui binari di una buia epopea onirica lynchiana. Elementi di art-pop e teatralità glam si intromettono nel percorso, intervallati da soggiorni in lande nordiche dal profumo di Bjork e viaggi virtuali verso territori kraut e lune in ombra alla Tangerine Dream. Nonostante le tante fonti che innaffiano il disco, il suono dei Mercury si protende lungo tutto l’album in maniera molto coesa, senza vuoti d’aria e sgraditi sobbalzi, cavalcando un arcobaleno di sentimenti e sensazioni per vie orizzontali e diagonali, evitando di infilarsi in un’unica scia monocromatica. I brani si susseguono quasi incalzanti, arrembanti, all’arma bianca, senza lasciare via di scampo all’ascoltatore. Il viaggio non è veloce ma ricco di curve e molto dinamico ed è consigliabile una certa stabilità e attenzione da parte dei passeggeri. Il singolo Senses On Fire sembra un gradito assaggio post-mortem di Neu prodotti dalla DFA con un tocco di Pink Floyd, Butterfly Wings è un incrocio fra istanze di casa Morr Music e aliti di Thom Yorke in salsa di rose, Runaway Raindrop sono i Depeche Mode sedati dalla morfina, beats anni ’80 e sempre tanta Europa. Ma i capolavori del disco sono i due brani più lunghi, le due piccole epiche che si piantano come pilastri a sostenere le estremità e gli estremismi dell’album (People Are So Unpredictable e Dream Of A Young Girl As A Flower), due serissimi e riuscitissimi giochi di post-prog speziato di elettronica Londra anni ’90 e un umore primi-Genesis, particolarmente amplificato nel secondo caso dal cantato gabrieliano di Donahue e dai continui e repentini cambi di marcia, che mirano a creare un puro esempio di nuovo sogno mercuriano. Una serie di perle che costituisce una collana di chiara fabbrica europea, nonostante i natali profondamente americani della band e che potrebbe donare un nuovo inatteso futuro al complesso di Buffalo.
Sul sito ufficiale dei Mercury Rev è stato anche messo a disposizione in download gratuito un secondo disco, anch’esso nuovo di zecca. Non si tratta di b-sides o demo tracks di bassa fattura, bensì di un interessante esperimento di neo-ambient strumentale e organica, dove la band offre al pubblico la propria anima più free e più nera. Undici tracce di sonorità quasi badalamentiane che tendono verso una spiritualità orientale, con profondi echi di Popol Vuh. Il disco si chiama Strange Attractor ed è un ottimo compendio, una sorta di side-car ideale per apprezzare fino in fondo il lavoro contenuto in Snowflake.
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