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La formula del paghi uno prendi due deve aver conquistato i Fleet Foxes, quintetto di Seattle composto da Robin Pecknold, Skye Skjelset, J Tillman, Casey Wescott e Christian Wargo. Già perché, nella confezione del loro omonimo album d’esordio, troviamo sia il cd con le 11 tracce sia l’Ep Sun Giant, sempre del 2008, con altri 5 pezzi. Insomma, con un unico acquisto ci garantiamo i due terzi della produzione della band: manca solo il primo Ep del 2006, sempre omonimo (in nome della fantasia). Copertina cartonata con stampato un quadro del celebre artista fiammingo Bruegel il vecchio. Tutti questi dettagli non vanno assolutamente trascurati, come non va trascurata la presenza del marchio Sub Pop celato sotto mentite spoglie. Il risultato è un disco decisamente anomalo per il contesto. Da Seattle, con buon merito della Sub Pop, è partito il filone grunge giusto qualche anno fa. Evidentemente i tempi sono cambiati, e il segno di questo cambiamento va messo bene in copertina. La vita campestre, la tradizione, un ritorno al passato. Per quello che riguarda i Fleet Foxes parliamo di un passato recente, diciamo pure i gloriosi Sixties, il folk rock nel suo momento di maggior splendore e via dicendo. Fissiamoci bene in testa le melodie di CSNY e compagnia bella e potremo capire meglio a cosa stiamo andando incontro.
Fleet Foxes pesca a piene mani dal folk per contaminarlo con una leggera venatura Indie, giusto per rendere le cose più attuali. Lo fa in maniera piacevole, lasciando largo spazio alla sezione vocale, acustica e melodica. Un modo di fare musica molto simile a band come My Morning Jacket, Grizzly Bear, ma soprattutto Midlake e Band Of Horses, con i quali la somiglianza, che dir si voglia, è a tratti allarmante. Questo probabilmente è il motivo principale per cui si può storcere il naso al primo ascolto. Per quanto la qualità globale sia buona, l’intero album è impostato su coordinate già note. Una lieve sensazione di già sentito. Un già sentito però moderatamente piacevole. Forse comincio a farmi un’idea del perché del secondo disco allegato. L’album ad ogni modo parte bene, con Sun It Rise, mezzo gospel e mezzo psichedelia folkeggiante come non se ne sente da decenni. White Winter Hymnal è il cavallo su cui puntare. Deliziosa e incalzante si piazza nella testa e sfido chiunque a non ritrovarsi a canticchiarla con la testa chissà dove. Dire che il resto presenta qualche problema forse è eccessivo. Vero è che per quanto interessanti e affascinanti siano gli arrangiamenti manca quel qualcosa che eleva lo status, da disco buono a disco bello. La formula è sempre la stessa, fatta eccezione per un paio di pezzi particolarmente efficaci come Heard Them Strring dove, vista la mancanza del testo, la voce diventa una componente strumentale per un pezzo più marcato e caratteristico, e la splendida Your Protector, il pezzo migliore dell’album. Elegiaca, affascinante e specialmente equilibrata. Parte lenta per poi esplodere tutta la carica emotiva in una marcia travolgente. Una grande prova che però mette in cattiva luce le sparate a salve precedenti. Conclusione riservata a tre ballate molto semplici, traino dolce verso il dolce mondo del dormiveglia. Va ora fatta una piccola considerazione riguardante il Sun Giant Ep allegato, una sorta di Fleet Foxes in miniatura, per scaletta e struttura dei pezzi. Di Fleet Foxes però troviamo qui messi in risalto solo i pregi. Viene da pensare allora che l’album sia stato guarnito da qualche riempitivo di troppo e che la dimensione dei Fleet Foxes sia ancora ridotta a pochi pezzi sopra la media, ma con ben in mente il limite dato da un album intero. Forse allora il paghi uno e prendi due non è tanto un’offerta vantaggiosa, quanto un modo per rendere giustizia ad un talento innegabile ma presente a sprazzi nel disco. Una sorta di garanzia ben allegata. Della serie “Abbiamo fatto anche di meglio e ve lo proviamo”.
In conclusione dunque di pezzi buoni ce ne sono. Preso come album però Fleet Foxes non funziona troppo e, a dirla tutta, ascoltarlo tutto d’un fiato è un’impresa da encomio. Va quindi considerato semplicemente come un buon esordio da cui costruire diverse speranze per il futuro. E non è poco.
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