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Sarà pure vero che si danno arie da grandi star che ancora non possono essere dopo appena un album e una manciata di singoli all’attivo, e che finiscano così inevitabilmente con attirarsi qualche antipatia della quale potrebbero fare a meno. Non è da escludere che il cantante e leader della band Liam Fray, se la tiri un po’ troppo, si veda ad esempio la recente esibizione della band, dello scorso 20 settembre proprio a Roma al Gravity Festival, durante la quale un atteggiamento un po’ troppo “sostenuto” della band e del suo leader ha provocato qualche mugugno tra il pubblico presente, fino al lancio di un bicchiere di birra a sfiorare il buon Liam, impegnato in quel momento nell’esecuzione di un paio di brani acustici, solo sul palco, voce e chitarra. Tutto vero probabilmente, però alla verifica, cioè all’ascolto, il primo album di The Courteeners, da Manchester (come a dire, un po’ di caratteraccio mancuniano era da aspettarselo) è un disco davvero notevole. Ok, ci risiamo, la nuova next big thing dell’indie rock inglese e menate del genere, direte voi. Però se a sostenere i The Courteeners si scomoda niente di meno che Morrissey il quale in una recente intervista ha dichiarato che le canzoni di "St. Jude" il primo lavoro della band sono “cariche e dinamiche”, e che a differenza di altri gruppi inglesi circondati dall’hype che in realtà hanno poco da dire, Liam Fray e compagni invece “hanno dei pezzi belli e di valore", allora il dubbio che stavolta qualcosa di importante possa esserci è più che legittimo. Infatti "St. Jude" è un disco con tanta qualità, soprattutto nella resa, agile e trascinante di suoni, melodie e ritmi accesi, qualità determinanti nel pop/rock 2008. I fraseggi di chitarre a dettare riff e pedali di sottofondo nel singolo "Cavorting" che un anno fa li aveva presentati alla scena indie inglese restano una della armi principali in quasi tutti i brani, mentre Liam Fray si dimostra vocalist dal timbro riconoscibile e personale, e quindi un gradino sopra la media di quasi tutte le band indie/pop della scena attuale (compresi Artic Monkeys e Kaiser Chiefs). Il suo cantato sarà anche un po’ strascicato, a tratti può apparire supponente, ma a sentirlo dettare la linea melodica in brani come "Bide Your Time", o "What Took You So Long", o anche la fin troppo appassionata "Please Don’t" si capisce che il ragazzo ha davvero buona stoffa dalla sua parte, con una vena lirica e melodica ancora da maturare ma già con notevole personalità. Il momento più significativo resta a parere di chi scrive, il singolo spacca radio "No You Didn’t, No You Don’t", con una ritmica sincopata quasi irresistibile (affidata al duo Michael Campbell, batteria/cori/ Mark Cuppello, basso), che trascina il pezzo tra un inciso dal refrain contagioso e un arrangiamento vincente condito da clapping e chitarre elettriche trattate con calibrata cura pop dal produttore Stephen Street (già al lavoro con Blur, Babyshambles, Smiths, Kaiser Chiefs) e suonate da Daniel Conan Moores e dallo stesso Liam Fray. Meno brillante la resa della band sui pezzi più tirati, come la traccia iniziale "Aftershow", o "If It Wasn’t For Me" o anche "Fallowfield Hillbilly", dove i quattro provano a giocare a fare i Clash, ma non gli riesce benissimo. Decisamente qualcosa in più in senso positivo nei momenti più morbidi come "How Come", troppo anonimo invece il singolo finora di maggior successo nelle charts inglesi, finito nella top 20 "Not Nineteen Forever", mentre non male il finale acustico a base di “young english romance” della dolce/amara "Yesterday, Today And Probably Tomorrow". Curioso invece il cantato quasi alla Paul Anka di "Please Don’t", altro potenziale hit della band, che racconta amori finiti e amicizie impossibili.
Il segreto dei The Courteeners sembra reggersi insomma sull’equilibrio tra ritmi up time e arrangiamenti pop/rock sui quali la voce di Liam Fray trova modo e maniera di raccontare semplici - ma forse proprio per questo incisive - storie metropolitane inglesi. Equilibrio delicato, a rischio nella realtà discografica degli anni duemila, dove dati temi e sonorità del “right now”, resta da dimostrare se possano reggere all’urto del tempo, o anche solo di un disco successivo.
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