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Dimenticatevi per un attimo di chi stiamo parlando. Dimenticate le loro spacconate, i loro continui auto-elogi nonostante gli ultimi album non proprio brillanti. Mettete da parte il fatto che i fratelli Gallagher non siano propriamente le persone più simpatiche e umili del mondo. Se ci riuscite, forse vi renderete conto di una cosa: forse gli Oasis non sono solo degli hooligans spacconi, c’è della sostanza al di là delle scoraggianti apparenze. “Dig Out Your Soul” è la dimostrazione di tutto ciò e forse farà ricredere molte persone sul loro conto. E’ un disco psichedelico, solido, lontano dallo stile ruffiano e scontato dell’ultimo “Don’t Believe the Truth”. “Ho voluto scrivere musica che avesse un particolare groove, non volevamo canzoni che seguissero il tradizionale schema strofa-ritornello-middle eight” - ha dichiarato Noel Gallagher nei mesi scorsi.
Ecco, il filo conduttore di “Dig Out Your Soul", registrato ad Abbey Road e mixato a Los Angeles con il produttore Dave Sardy, è esattamente questo. Le chitarre di Noel Gallagher e Gem Archer suonano molto bluesy, basso e batteria - dietro le pelli siede ancora Zak Starkey, il figlio di Ringo Starr - sono prepotentemente in primo piano. Il sound che ne scaturisce è ossessivo, psichedelico. La voce di Liam è spesso molto effettata, il che non guasta. Sin dalle prime note di “Bag It Up” si capisce che le cose sono cambiate. Il pezzo ha un andamento martellante, a metà tra un pezzo blues e un rock acido. La successiva “The Turning”, pur essendo costruita con un ritornello tipicamente oasisiano, è sorretta da un beat di batteria e da un organetto che accentua le atmosfere cupe del brano precedente. L’arpeggio dell’outro cita “Dear Prudence” ed è soffocato da sirene e rumori di automobili. Un buon inizio, non c’è che dire. “Waiting For The Rapture”, cantata da un Noel Gallagher in splendida forma e con un muro di chitarre alla White Stripes, cita “Five To One” dei Doors, è sicuramente uno dei pezzi migliori dell’album. Il singolo “The Shock Of The Lightning” non è nulla di che ed è l’unico a ricadere negli stereotipi del genere, ma è impreziosito da un assolo di batteria di Zak Starkey che in altri tempi ci saremmo sognati. Dopo questa sferzata iniziale improvvisamente l’album rallenta con la ballatona firmata Liam Gallagher, “I’m Outta Time”, impreziosita da un sample tratto dall’ultima intervista rilasciata da John Lennon, esattamente il giorno prima della sua morte nel dicembre 1980. Il verso “If I’m to fall would you be there to applaud” sembra confermare l’ipotesi di un vero e proprio omaggio al genio di Lennon. Non che il pezzo sia un capolavoro, ma è perfetto per frenare l’impeto iniziale e aprire la parte più onirica di “Dig Out Your Soul”. Anche in questa sezione del disco non mancano ottimi pezzi. Spicca sicuramente “Get Off Your High Horse Lady”, che ha un’anima folk-gospel e un tempo sincopato davvero interessante. “Falling Down” ricorda invece i tempi di “Setting Sun” - vecchia collaborazione con i Chemical Brothers - ed è pop di pregevolissima fattura, con chitarre acustiche ipnotiche e archi in sottofondo. “To Be Where There’s Life”, scritta dal chitarrista Gem Archer, è guidata da un basso pulsante e la voce di Liam è saturata di echi e riverberi. L’album scorre fluidissimo fino alla fine, impreziosito da un’altra piacevole sorpresa. Invece che tentare per l’ennesima volta di riesumare un inno epico alla “Champagne Supernova” gli Oasis scelgono come brano di chiusura “Soldier On”. C’è un curioso aneddoto a riguardo: i The Coral, mentre si trovavano in studio assieme ai fratelli Gallagher, li hanno praticamente costretti a ripescare la vecchia demo di questa canzone per trasformarla nella chiusura di “Dig Out Your Soul” perché a loro detta era “fuckin’ boss!”. Nessuno si ricordava di questa canzone tranne il bassista Andy Bell che l'ha trovata per caso nel suo i-pod. Ed è una fortuna che sia andata così, perché “Soldier On” è un pezzo molto interessante, costruito su un’unica strofa ripetuta e con un andamento quasi dub, con tanto di tastiera Harmonium e organetto nel finale.
Insomma “Dig Out Your Soul” è un disco che stupisce positivamente. Non c’è traccia del Brit-Pop degli esordi, se non a tratti. I riferimenti sono più vicini al rock delle origini, al blues, alla psichedelia sixties. Non si può certamente parlare di novità assoluta, sarebbe chiedere troppo ad un gruppo che dopotutto vive nel mito continuo di Beatles e Rolling Stones. Resta il fatto che gli Oasis sembrano aver ritrovato quella freschezza che li ha resi uno dei gruppi rock più influenti degli ultimi anni, al di là della loro spocchia. Le cosiddette NME bands possono considerarla una lezione di stile, noi una piccola rinascita. Li avevamo dati per finiti. Dobbiamo ammettere che c'eravamo sbagliati.
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