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Sono pochi gli artisti in grado di raccontare il disagio esistenziale, di condensarlo nella forma-canzone senza scadere nella banalità. Tra questi pochi artisti possiamo sicuramente citare gli Okkervil River. Will Sheff, il leader e compositore della band, è in grado di scrivere canzoni come pochi e di cantarle con una voce sofferta ed emozionante alla quale è difficile rimanere indifferenti. Le frequenti suggestioni letterarie, le sottili ironie e le emozioni disseminate nelle sue canzoni sono ogni volta una sorpresa.
”The Stand Ins”, nuovo capitolo discografico del gruppo americano, conferma di fatto tutte queste qualità. La genesi di queste canzoni in realtà risale al periodo del precedente “The Stage Names”, di cui il nuovo lavoro è, di fatto, la continuazione ideale. Dal lato musicale infatti le affinità tra i due album sono molte. In particolare la virata verso un genere più “rockeggiante”, seppur lievemente smorzata, non è stata sconfessata. Purtroppo alla tastiera manca l’apporto di Jonathan Meiburg, che ha ormai deciso di dedicarsi completamente al progetto parallelo Shearwater. L’apertura del disco - intro strumentale a parte- è affidata alla malinconia di “Lost Coastlines”, dove Will Sheff e Meiburg duettano per l’ultima volta e raccontano una partenza per mare ricca di rimpianti e angosce. L’ironia di “Singer Songwriter”, che cita i blues nervosi del Dylan di “Highway 61 Revisited” e prende in giro i colleghi intellettualoidi di Sheff, rockstar piene di vizi e vanità, è assolutamente spassosa. “And Our World Is Gonna Change Nothing” canta un disilluso Will nel finale del pezzo. “Starry Stairs” riprende la struggente storia della prostituta di “Savannah Smiles”, vista stavolta dal punto di vista della stessa Savannah. Sono moltissimi i personaggi già raccontati da Sheff nel precedente album che fanno capolino in “The Stand Ins”. Uno dei temi centrali è sicuramente la difficoltà nel conciliare popolarità e relazioni personali. Ne sono un esempio quelli che forse sono gli episodi più alti dell’intero lavoro, cioè “Blue Tulip” e “On Tour With Zykos”, due canzoni che raccontano una relazione impossibile tra una rockstar e la sua fan/groupie. L’ironia, stavolta verso il pop di facile consumo, fa ancora capolino nella scanzonata “Pop Lie”. “Bruce Wayne Campbell Interviewed...” è infine l’ennesimo mirabile racconto di un fallimento totale. Il protagonista dell'epilogo, Bruce Wayne Campbell, rockstar fallita, non ha altra scelta se non quella di rifugiarsi nella fantasia, qui simboleggiata da una nave spaziale di bowiana memoria. L’unica pecca è forse quella degli intermezzi strumentali, addirittura tre, francamente evitabili.
“The Stand Ins” insomma non è altro che il gemello del precedente “The Stage Names”; ne riprende storie e atmosfere, confermando però ancora una volta la sensibilità e la bravura di questi ragazzi americani. La capacità di Will Sheff di creare un vero e proprio immaginario mondo parallelo non è ormai più una novità. In due parole possiamo dire che gli Okkervil River hanno fatto ancora un disco bellissimo. Se vi è piaciuto il precedente "The Stage Names", questo non può scapparvi. Per niente al mondo. Se ancora non li conoscete, affrettatevi. Ne varrà la pena.
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