|
Diciamoci la verità, Mark Kozelek non è più quello di una volta. Nei primi anni ’90 si fece cantore dei disagi di una generazione, e ancor di più dei suoi personali, probabilmente in misura anche maggiore rispetto ai vari Cobain, Vedder e Corgan. Da quando spedì alle varie redazioni delle testate musicali di mezza america la cassettina con i primi demo dei suoi Red House Painters, la storia della musica alternativa non è stata più la stessa. Attirata l’attenzione della 4AD, nel 1992 il mondo era finalmente pronto ad accogliere le delicate e al contempo oscure e disperate confessioni di un artista tormentato ma quanto mai ispirato e geniale.
Sedici anni e tanti dischi dopo, Kozelek è giunto al terzo appuntamento del suo nuovo progetto: i Sun Kil Moon, dopo le alterne fortune di "Ghosts Of The Great Highway" (2003) e "Tiny Cities" (curioso album composto da sole cover della band indie Modest Mouse, datato 2005). Si riparte da questo "April" che non cambia le coordinate dei precedenti lavori, dove nella sua lunghezza, forse eccessiva, di oltre 70 minuti culla l’ascoltatore tra arpeggi di chitarre acustiche e dilatate divagazioni elettriche intrecciate in un impasto melodico malinconico ed crepuscolare.
Cos’è che è cambiato allora nel songwriter dell’Ohio? Se non è mutato l’approccio generale al suo modo di fare arte, che si mantiene legato a doppia mandata alla sua visione malinconica della vita e della sua trasposizione in musica, ciò che si è modificato nel corso degli anni è soprattutto il suo modo di cantare: quella di Kozelek è, per carità, una voce sempre suadente, bella e spesso sognante (anche se a volte eccessivamente monotona). Ma è andata perdendo sempre di più la carica spirituale, epica e magniloquente che aveva contraddistino i primi dischi dei Red House Painters e che tanto aveva sorpreso ed ipnotizzato gli ascoltatori. Una voce che aveva legato empaticamente a sè chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltare quelle magnifiche storie musicale, e che ora sembra un po’ sbiadita e persa tra ricordi e dolori. Ulteriori, ma non meno importanti, differenze vanno rintracciate nel differente spirito musicale in cui in modo molto naturale si è immerso nel corso degli anni Kozelek e che lo ha portato ad abbracciare quasi in toto quelli che sono gli stilemi tipici della musica americana. Quindi, tralasciando quelli che possono essere i gusti o i punti di vista del caso, risulta evidente come la musica che oggi propone è fortemente legata alle roots della nazione a stelle e strisce quando invece la sua “antica” produzione conserva ancora tutte le caratteristiche che la pongono inevitabilmente oltre ogni categorizzazione e fuori dal tempo, e la mente non può che correre in questo caso verso le varie “24”, “Medicine Bottle” e “Katy Song”.
“Lost Verses” apre le danze di questo album, è una classica ballata che si trascina nel suo incedere acustico fino all’esplosione di laceranti chitarre elettriche nel finale. A corollario di tutto c’è una melodia un po’ zoppicante che spinge le corde vocali di Kozelek fuori dai limiti del piacevole e godibile. Nella successiva “The Light” i fantasmi di Neil Young e delle sue cowgirl nella sabbia accompagnano il songwriter nella sua ricerca della luce di un amore ormai appassito, in quella che è probabilmente una delle migliori composizioni di questo "April". Anche in “Lucky Man” e “Unlit Hallway” le deliziose trovate musicali (come il grazioso banjo che fa irruzione a metà della seconda) e i gradevoli intrecci di chitarre acustiche arpeggiati sono spesso vanificate da pessimi interventi vocali, cui si aggiunge la sensazione che una maggiore sintesi avrebbe giovato a tutti i livelli di fruizione. Ad esempio l’assenza della litania decisamente poco sopportabile di “Heron Blue” probabilmente non avrebbe infastidito i più. Le coordinate dell’album non cambiano nelle successive tracce e trovano la massima sublimazione in “Tonight The Sky” che è probabilmente il brano maggiormente riuscito nel complesso (oltre che il più lungo) attraverso gli ennesimi, e non troppo vaghi, echi younghiani ma che nel bene e nel male si porta in dote tutti i pregi e i difetti che caratterizzano l’ultima fatica di Mark Kozelek. E fatica è un termine quanto mai azzeccato.
|