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No Age
Nouns
2008
Sub Pop
di Andrea Belcastro
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Chi legge di rock probabilmente non avrà mai avuto la fortuna di non trovarsi di fronte alla classica questione (no, non quella Beatles vs. Stones per fortuna): “Il punk è morto?” alla quale ne sono seguite in tempi più o meno recenti vari surrogati del tipo “Il grunge è mai esistito? E se sì quando è morto?”. Provano a dare una risposta a queste annose questioni i No Age, duo californiano formato da Randy Randall (chitarra) e Dean Allen Spunt (batteria) che uscendo dalla fruttuosa scena losangelina raccolgono la lezione dei propri “antenati” Sonic Youth, My Bloody Valentine e Pixies aggiornano al 2008 il sound noise-lo-fi che ha contraddistino questi mostri sacri dell’alternative rock. Se dalle prime due band i No Age prendono in prestito il sound grezzo e le psichedeliche divagazioni chitarristiche, da quella di Black Francis sicuramente fanno propria la capacità di compattare in canzoni cortissime, al massimo 3 minuti, melodie dissacranti innestate in una cornice di lancinanti squarci di feedback.
A dire il vero non è tutto oro ciò che luccica, giusto per rimanere in tema di cliche come ad inizio pezzo. Se da una parte la velocità con cui il disco scorre via vista la brevità delle canzoni, dall’altra non si può non notare che l’album è pieno zeppo di riempitivi strumentali abbastanza banali che sanno tanto di già sentito. Quelle che invece si avvicinano alla forma canzone canonica, seppur restando nel campo (minato) del punk, risultano essere le composizioni maggiormente apprezzabili. “Eraser” (che è anche il primo singolo di video dotato) per esempio colpisce con le sue chitarre acustiche quasi sognanti contrapposte ad un solido muro sonico, curioso espediente che maschera la pochezza melodica del pezzo. Di tutt’altra pasta è invece “Teen Creeps” che potrebbe di buon diritto candidarsi a inno generazionale dei nostri tempi, tra riff affilati come lame e l’interplay selvaggio di chitarre e batteria agganciate dall’hook di una chitarrina quasi beffarda. Quasi quanto il titolo stesso del brano, che strizza l’occhio a quelli che furono due inni per la Generazione X; ulteriore dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che i tempi non sono poi tanto cambiati. Nel bollente minestrone sonoro preparato dal duo di Los Angeles, tra pezzi più o meno sufficienti, sono degne di di menzione speciale anche la sonicyouthiana “Cappo”, l’ipnotico strumentale “Keechie” e soprattutto “Ripped Knees” che, nella freschezza melodica da brano da college americano di fine anni ’80, sorprende con il suo finale elettro-dissonante che fa tanto Boards Of Canada (!).
Insomma non saranno i nuovi Nirvana come troppo presto molti critici si sono affrettati a definirli (con la solita spregiudicata leggerezza) ma come direbbe Mourinho non sono neanche dei pirla.
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08/08/2008 -
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