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Se vi è mai capitato di trovarvi in una discoteca a Mosca o San Pietroburgo, una delle cose a cui avrete certamente fatto caso (poi ce n’è un’altra ma soprassediamo...) è quanto tirino i beats elettronici da quelle parti. In massima parte si tratta di euro-spazzatura in versione russa, ma non solo: se avete avuto la fortuna di essere intrattenuti da un deejay decente, probabilmente vi sarà capitato di ascoltare anche Depeche Mode, Bowie, New Order, Prodigy, Underworld, Daft Punk, Moby... E – poco ma sicuro- anche qualcosa dei Ladytron. Sì, perché i Ladytron sono big in Russia e, in generale, in tutto l’Est europeo (e in California, grazie all’opera di proselitismo dell’arzillo sindaco del Sunset Strip nonché storico dj della radio KROQ Rodney Bingenheimer), dove sono infinitamente più famosi e stimati di quanto non siano nel resto del mondo e, soprattutto, in Patria. In Inghilterra, in particolare, dopo aver goduto dei classici 15 minuti di fama a inizio secolo, all’epoca del cosiddetto movimento electroclash, i mass media – e in primis il potentissimo NME – hanno dato via via sempre meno spazio al quartetto di Liverpool, in favore delle next – progressivamente sempre meno big – things lanciate una dopo l’altra, anno dopo anno.
Una scelta a mio parere demenziale perché, dopo essersi fatto largo nel 2001 e 2002 con il cristallino synth-pop “di ritorno” degli album “604” e “Light & Magic” (e il brillante singolo “Seventeen”), i Ladytron hanno poi sviluppato un loro sound personalissimo su “Witching Hour”, il sottovalutatissimo disco del 2005 contenente peraltro uno di quei singoli-bomba che solo Dio sa per quale motivo non sia arrivato al n.1 in tutti i continenti del globo terracqueo: la straordinaria “Destroy Everything You Touch”. Quello di “Witching Hour” era un peculiare, tecnologico, avvolgente “wall of sound” (non distante per concezione da quello d'antan di Phil Spector) che faceva l’occhiolino anche alla migliore euro-disco; ed è su questo medesimo solco tracciato tre anni orsono che i Ladytron proseguono oggi con il nuovo “Velocifero”, un’opera dalla gestazione lunga e frastagliata in cui si sono avvalsi dell’apporto produttivo di Alessandro Cortini (Nine Inch Nails) e Vicarious Bliss della Head Bangers Music (Justice, Busy P, DJ Mehdi). Il risultato è una raccolta di canzoni che, seppur priva di un hit-single del calibro di "Destroy Everything You Touch”, possiede maggiore compattezza e meno cadute di tono rispetto a “Witching Hour”. Grandi singoli, del resto, ci sono pure qui: “Ghosts” per esempio, con il suo ambiguo quanto efficace chorus “There's a ghost in me / Who wants to say "I'm sorry" / Doesn't mean I'm sorry”, e le esilaranti “Lovers” e “Tomorrow”. Risultano confermate le forti influenze dei New Order (“I’m Not Scared” almeno fino al chorus è in perfetto stile “Republic”) e dei Depeche Mode (“They Gave You A Heart They Gave You A Name” ha delle linee di synth che sembrano un tributo alla band di Basildon) e anche, in “Kletva”, dei Cocteau Twins del periodo finale più pop. Il tutto, però, risulta filtrato dal prepotente “wall of sound” di cui si diceva sopra, con molteplici sovrapposizioni di sintetizzatori e poi, a caratterizzare ulteriormente il sound, con i più volte sovraincisi interventi vocali delle brave (nonché belle) Helen Marnie e Mira Aroyo. Non sono granché efficaci i due brani (“Black Cat” e “Kletva”) cantati nella lingua madre dalla Arroyo, originaria della Bulgaria – forse per ingraziarsi ancora di più il pubblico dell’Est Europa – e non manca qualche ricaduta in un euro-pop kitsch alla Sandra – chi se la ricorda? - ma in generale “Velocifero” conferma i Ladytron come un gruppo unico e basilare nel rivitalizzare un genere – l’electro-pop futuristico – che pare sempre a un passo dal tornare prepotentemente di moda, per poi essere ricacciato tra le scene di “culto” per pochi.
Purtroppo non è certo “Velocifero” che farà cambiare idea a chi dei Ladytron possiede una preconcetta bassa opinione; la sensazione è che per riuscirci la band di Liverpool dovrebbe indovinare almeno una dozzina di brani di fila al livello di “Destroy Everything You Touch”. Ed è una missione che al momento appare difficile, anzi – praticamente – impossibile.
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