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Andy Cabic, l’amico e sodale di San Francisco di Devendra Banhart che da circa un lustro ha spiccato il volo in solitario con la band Vetiver, è ben conosciuto e unanimemente apprezzato quale certosino paladino di certo country-folk anni ’70, in perenne adorazione per l’età dell’oro del canyon sound di CSN&Y e Joni Mitchell. Altrettanto note sono però le sue lacune a livello compositivo, che hanno fatto sì che i due album fino a oggi realizzati a nome Vetiver (l’eponimo album del 2004 e “To Find Me Gone” del 2006) non abbiano granché elettrizzato pubblico e critica, e che i concerti della band, pur di encomiabile perfezione sul piano formale, siano sempre risultati ai limiti del soporifero per il gusto di chi scrive. Per rimediare a questo deficit di non poco conto, pare quindi un brillante escamotage che questo terzo album dei Vetiver sia composto unicamente da cover. Naturalmente, trattandosi dei Vetiver non si scappa: il periodo preso in considerazione è rigorosamente circoscritto tra il 1967 e il 1973: proprio gli anni in cui secondo Andy Cabic, Brett Dunne, Sanders Trippe, Otto Hauser e Kevin Barker (e forse solo per loro) la musica popolare raggiunse il suo apice insuperato. E comunque, a differenza di operazioni più o meno analoghe, qui è lodevole il fatto che siano stati scelti brani poco noti, quasi tutti finora oggetto di culto più o meno sotterraneo, a cui è stata data solo una necessaria rilucidata mantenendo un grande - e talora eccessivo - rispetto per le versioni originali. Il risultato è che per la prima volta in un disco del Vetiver compare una manciata di canzoni memorabili, che a differenza di quanto accaduto in passato non ti si scrollano di dosso per giorni e finanche settimane. E’ il caso di “To Baby” – il brano dalla melodia più "forte" di tutto “Thing Of The Past” -, ballata romantica proveniente da un vecchio album (“Children Of Light” del 1967) del cantautore di New Orleans Biff Rose, uno a cui anche David Bowie, secoli fa, chiese in prestito una canzone (per chi non ricordasse: “Fill My Heart” da “Hunky Dory”); e anche di quella deliziosa cavalcata country con banjo ben in evidenza intitolata “Swimming Song” il cui originale è rinvenibile sul quarto album di Loudon Wainwright III del 1973. I Vetiver poi si appropriano alla grande – e “west-coast-izzano” - “Lon Chaney” che in origine era una ballata alla Lou Reed tratta dal primo album solista del newyorkese Garland Jeffreys (1973), mentre si mantengono più fedeli allo spirito originario di “Standin’” del cantautore texano “maledetto” Townes Van Zandt, datata 1972. Impossibile poi non menzionare l’ipnotica “Hurry On Sundown”, ottima rivisitazione del classico dei fricchettoni psichedelici inglesi Hawkwind, che la misero in apertura del loro primo album (1970), e l’alt.folk di “Hook & Ladder” scritta a suo tempo da Norman Greenbaum, quello della celeberrima “Spirit In The Sky”. Altrove (ad esempio le collaborazioni “Blue Driver” e “Sleep A Million Years” rispettivamente con Michael Hurley e Vashti Bunyan) i Vetiver sembrano tornare alla loro consueta normalità opaca e priva di guizzi. Ma in generale “Thing Of The Past” centra l’obiettivo che in definitiva ogni buon disco di cover dovrebbe prefiggersi: stimolare l’ascoltatore ad andare a reperire (pur tra mille difficoltà, come in questo caso) gli album contenenti le versioni originali delle canzoni in scaletta. Per quanto ci riguarda, abbiamo già iniziato con “Attempted Moustache” di Loudon Wainwright III, a cui dovrebbe seguire il primo rarissimo album di Garland Jeffreys... sempre se riusciremo a trovarlo!
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